Il caos libico e l’inesistenza dell’Europa

La vicenda dei tecnici italiani rapiti sei mesi fa nei pressi di Sabratha, e tornati così drammaticamente alla ribalta in questi giorni, ha mutato all’improvviso lo scenario libico, mettendo in chiaro, tra le altre cose, alcuni aspetti non di poco conto riguardanti i il nostro Paese. Innanzi tutto le giravolte e i balletti con cui Matteo Renzi va gestendo il dossier libico.

Si è continuato in queste settimane a parlare, sui media e nei talk show, con estrema faciloneria di intervento militare – 3000, 5000, 7000 non si sa quanti soldati, da far sbarcare in Libia – e si sono analizzati gli scenari, si sono ipotizzate le mosse possibili, come davanti a un war game. Il contesto drammaticamente caotico a fortemente a rischio per qualsiasi operazione interventistica, anche quando veniva descritto per quello che è da qualche analista che sa le cose, sembrava secondario, nella foga mediatica della discussione sulla “necessità” dell’intervento contro i terroristi. O contro chi? Perché questo è già un problema. Il ministro Gentiloni dopo la faticosa liberazione dei due tecnici diventati ostaggi, ha spiegato che la stabilizzazione del Paese e la lotta al Califfato non debbono essere confusi. Peccato però che la sua spiegazione rimanga molto nebulosa. Che cosa significa stabilizzazione? Chi stabilizza che cosa? Una favola su cui Renzi ha continuato a ricamare.
Spesso qualche ex generale, chiamato tra gli esperti nei talk shw, non ha potuto nascondere le proprie perplessità di fronte a dibattiti così facilmente orientati all‘azione militare. Nei confronti di un Paese che, particolare non irrilevante, abbiamo già concorso a disastrare, mettendoci, nel 2011, sulla scia di Gran Bretagna e Francia e che, lo ricorda Alberto Negri sul Sole 24 Ore, era allora al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano. E ora è uno Stato fallito, a disposizione dei giochi incrociati interni e esterni. Che non riguardano, questi ultimi, soltanto le potenze europee e gli Stati Uniti, ma anche le potenze arabe e musulmane, a cominciare dall’Egitto di al-Sisi che considera la Cirenaica alla stregua di una provincia egiziana e guarda al governo di Tobruck e il suo spregiudicato generale Khalifa Haftar come agli alleati ideali nella lotta contro le formazioni islamiste radicali. Lotta che, per al-Sisi, va ben oltre il Califfato nero, come la cronaca egiziana ci informa. Per non parlare dei giochi e delle manovre di Turchia, Quatar, Emirati arabi. Ognuno possiede una tessera del caos libico.
I sondaggi dicono che l’opinione pubblica italiana è in larga maggioranza contraria a una guerra o a qualcosa che assomigli a una guerra, ma le voci critiche che si alzano sono poche e vaghe, le iniziative di dissenso inesistenti. Urge un’analisi del perché si sia a questo punto, dopo gli anni dei grandi movimenti pacifisti. Dubito che sia solo per paura dell’Is. Anzi la preoccupazione del pericolo terrorismo dovrebbe far temere di più eventuali realzioni a azioni militari che inevitabilmente potranno offrire le occasioni di una ulteriore radicalizzazione nei confronti dell’Italia.
Il Parlamento italiano non ha voce in capitolo sulla materia. Senza fiatare ha votato l’autunno scorso, nel decreto missioni, un malefico emendamento che mette a disposizione del governo, attraverso uno stretto collegamento con i sevizi dell’Aise (Agenzia dei servizi all’estero), i corpi speciali della Forze armate, a cui, nel momento delle operazioni, vengono attribuiti salvacondotti e immunità tipiche degli agenti segreti. Il tutto centralizzato e in capo al governo e, quando proprio il governo non ne può fare a meno, ci saranno passaggi formali in Parlamento su quello che resta fuori dalla secretazione decisa dal l’esecutivo.
Renzi, ostentando il suo dover attendere l’invito libico per far partire il contingente di non si sa ancora quanti militari – ma sembra scontato l’invio ravvicinato dei nuclei speciali come gli incursori del Col Moschin – vuole giocarsi ll’immagine di premier lungimirante e di buon senso. Più che la lungimiranza è la furbizia che lo guida nel destreggiarsi di fronte a scenari che avrebbero bisogno di un’idea della politica internazionale e estera che lui certo non ha. Bisognerebbe chiedergli se pensi davvero che l’improbabile invito di un improbabile governo di unità nazionale aprirebbe all’Italia la strada a una Libia diversa dalla frantumaglia che oggi è, darebbe alla missione italiana la prospettiva di poter concorrere realmente all’impresa di state building di cui si parla. In realtà è già all’ordine del giorno una tripartizione della Libia (Fezzan, Cirenaica, Tripolitania, da attribuire nell’ordine a Francia, Gran Bretagna, Italia, con la supervisione degli Usa).
Da parte sua, il ministro degli Esteri del governo di Tripoli, Aly Abuzaakouk, secondo quanto riferito dall’agenzia Mena, ha dichiarato che il suo governo non accetterà mai alcun intervento militare in Libia “ammantato sotto qualsiasi ‘scusa’. E per quanto riguarda il contrasto allo Stato islamico, lo stesso ministro ha dichiarato che loro – cioè il governo di Tripoli – sono in grado da soli di combattere i gruppi legati all’Is. Inoltre, sempre secondo quanto riferisce l’agenzia egiziana, il ministro tripolitino ha smentito di aver detto ai media italiani di aver bisogno di un ruolo dell’Italia nella guida delle operazioni internazionali.
Ovviamente in queste dichiarazioni c’è una bella dose di quel doppiogiochismo che ha caratterizzato il modus operandi dei gruppi e sottogruppi che dominano lo scenario libico e che di volta in volta hanno cercato di accreditarsi come interlocutori dei Paesi occidentali. Ma sicuramente non c’è da parte di nessuno dei gruppi e sottogruppi che scorrazzano in Libia alcuna reale apertura al buio per l’Italia. Anche i mille poteri e sottopoteri locali vogliono giocarsi in proprio la partita, forse a costo di qualcosa che assomiglia a un massacro reciproco. Partita che si chiama petrolio e rendita petrolifera. Più la crisi del Paese cresce più questo aproblema diventa esplosivo.
Ciò che tiene insieme quel che può ancora essere tenuto insieme nel caos libico sono infatti la Banca centrale libica, il Fondo di investimento e la Compagnia petrolifera nazionale. Ed è la partita del petrolio, con lo scontro tra Tobruck e Tripoli per l’esclusivo controllo della rendita petrolifera, che oggi salta agli occhi in tutta la sua evidenza, con tutte le complicazioni legate soprattutto ai canali finanziati delle esportazioni. Lo segnala Margherita Paolini sulla rivista Limes di Marzo, sottolineando come, con la caduta di Gheddafi, la spartizione della rendita petrolifera sia diventato il casus belli che ha contribuito grandemente a frammentare gli interessi territoriali del Paese. In maniera latente prima, in modo sempre più marcato negli ultimi tre anni. Lo Stato libico non c’è ma tutte le milizie armate, contrapposte le une alle altre, continuano a ricevere indennità di guerra e salari dalla National Oil Company. Un paradosso.
Combattere lo Stato islamico e proteggere i giacimenti petroliferi: questi gli obiettivi dichiarati della coalizione. Ripetuti in continuazione. Da un anno gli Stati uniti operano con raid e azioni ad hoc, di cui forse non tutto si sa. Anche unità speciali di Francia e Gran Bretagna sono da tempo all’opera all’interno del Paese. Soldati francesi hanno partecipato agli scontri via terra a Sabratha e Bengasi e la portaerei Charles De Gaulle è stata inviata a fronteggiare le coste libiche mentre da fonti israeliane è trapelata nei giorni scorsi la notizia che nel canale di Suez sarebbero in corso addestramenti congiunti tra la marina francese e quella egiziana. Nel frattempo l’Italia ha concesso il via libero a che da Sigonella, ormai un vero e proprio avamposto del Pentagono nel Mediterraneo, decollino i droni americani a rafforzare le azioni sul terreno. Tra le altre cose è previsto anche l’intervento a terra delle forze europee di Euronavformed, per contrastare gli scafisti, ed è messo in conto il dispiegamento di Active Endeavour NATO al largo delle coste libiche.
La realtà umana dei profughi si perde nella mischia degli interessi e delle manovre.
Insomma scenari che tra le altre cose mettono in chiaro una volta di più l’inesistenza dell’Europa. Il fronte sud e la questione libica. Che ha da dire l’Europa? Forse a pensarci dovrebbe esser materia sua. Ma con tutta evidenza non lo è. Renzi, infine dovrebbe, tenere a mente quello che, forse a mo’ di raccomandazione o forse solo per battuta ironica, vista la pressione che il Pentagono ha fatto sull’Italia, gli ha detto il segretario alla Difesa Usa Ashton Carter e cioè che i Libici non gradiscono che gli stranieri vadano nel loro Paese a portar via il petrolio.

Elettra DEIANA