Seduta n. 397 di lunedì 23 marzo 2015. Intervento dell'On. Antonio PLACIDO

XVII LEGISLATURA - Resoconto stenografico dell'Assemblea -

Seduta n. 397 di lunedì 23 marzo 2015

Discussione delle mozioni De Girolamo ed altri n. 1-00653, Scotto ed altri n. 1-00680, Famiglietti ed altri n. 1-00685, Cariello ed altri n. 1-00688 e Palese ed altri n. 1-00689, concernenti interventi a favore del Mezzogiorno.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Placido, che illustrerà anche la mozione Scotto ed altri n. 1-00680 (Nuova formulazione), di cui è cofirmatario. Prego, onorevole.

ANTONIO PLACIDO. Grazie, Presidente. Dico subito che è piuttosto desolante vedere un'Aula vuota nel momento in cui si avvia una discussione sul Mezzogiorno, in una fase storica e politica nella quale tanto drammatica è la situazione civile, sociale, economica e democratica del Mezzogiorno. Pesa certamente, Presidente, un'infausta e credo non casuale scelta di calendarizzazione, ma non si sfugge all'impressione che la distrazione media sia direttamente proporzionale alle scelte...

PRESIDENTE. Onorevole Palese, onorevole Pagano, scusate, ma fateveramente molto rumore. Prego, onorevole Placido.

ANTONIO PLACIDO. Non si sfugge all'impressione, dicevo, che la distrazione media che accompagna l'avvio diquesto confronto sia direttamente proporzionale alle scelte, anche di questo Governo,di derubricare il Mezzogiorno dall'agenda dei temi che riguardano lo sviluppo del Paese. È un segno dei tempi, evidentemente, la distrazione che impera.
In altri momenti della vicenda storica e politica del Paese, prima e dopo la parentesi drammatica del fascismo, tempi dai quali pare separarci un'era geologica, il dibattito sul Mezzogiorno accompagnava le tappe salienti del confronto pubblico sui destini della Nazione. Altri ne erano i protagonisti, altra era la consapevolezza, evidentemente, di quanto stringente fosse illegame che connetteva il sud al futuro sviluppo dell'intero Paese. Questa consapevolezza è venuta meno, senza che, tuttavia, siano venute meno le pesanti ragioni materiali che hanno originato il divario, il quale, anzi, si allarga.
Siamo di fronte, Presidente, sottosegretario,al peggiore andamento dell'economia meridionale che la storia unitaria ricordi, un arretramento di tredici punti percentuali di prodotto interno lordo scontati tra il 2007 e il2013. Certo – si dirà – pesano le ragioni della crisi della congiuntura internazionale e le politiche di austerità europea che la stanno aggravando, male scelte alla portata dei Governi, almeno da quelle, forse, sarebbe lecito attendersi un altro e più deciso orientamento anticiclico.
E invece no, perché questo Governo (articolo12 della legge di stabilità) taglia gli investimenti al sud tagliando 3 miliardi e mezzo di euro dal Piano di azione e coesione, destinati a interventi di qualità e a più lunga realizzazione: si pensi a scuole e a ferrovie. E non c'entrano questa volta le chiacchiere sulle regioni incapaci di spendere, sugli sprechi e sul malaffare, chiacchiere da cui siamo inondati anche a causa di un'informazione superficiale e asservita, perché in questo caso i programmi sono per almeno la metà sotto il controllo delle amministrazioni centrali. Questo accade in un momento in cui le azioni redistributive messe in atto pagano più al nord che al sud (si pensi all'effetto distributivo degli 80 euro) e lo spostamento della pressione fiscale in sede regionale e locale riduce la progressività dell'imposizione fiscale, tornando a penalizzare il sud e accentuando squilibri e disuguaglianze sociali, oltre che territoriali.
Eppure, noi dovremmo disporre di nostre politiche di coesione a complemento – se esistessero – di politiche ordinarie. Ma il vecchio FAS 2007-2013 ha fatto perdere le tracce nei giochi di prestigio intervenuti grazie a riprogrammazioni e disponibilità effettive che hanno cancellato di fatto il vincolo di destinazione: avrebbe dovuto essere orientato per l'85 per cento al Mezzogiorno. Del nuovo Fondo di sviluppo e coesione afine 2014 non esiste ancora una programmazione di massima, ma anche queste risorse dovrebbero essere aggiuntive. Sennonché, del criterio dell'addizionalità delle politiche di coesione si è perso finanche il ricordo.
Finanche la sesta relazione sulla coesione della Commissione europea del luglio 2014 sembra distrarsi e non coglie la portata dei processi di snaturamento che sono in atto. Se le politiche di coesione diventano sostitutive, invece che aggiuntive, di politiche generali inesistenti o, peggio, utilizzate in ogni direzione (finanche per le politichedi innovazione nelle aree forti), esse, evidentemente, invece che produrre convergenza, alimentano divergenze e squilibri e per il Mezzogiorno aggiungono il danno alla beffa.
Che dire poi dell'altro grande tema su cui siè concentrata la discussione pubblica sul Mezzogiorno negli ultimi dieci anni, tutta rivolta a discutere e a mettere sotto la lente di ingrandimento l'utilizzo dei fondi strutturali, fondi che hanno finito per surrogare ognialtra politica per il sud.
Anche qui, una mistificazione patologica: le risorse europee, per statuto, avrebbero dovuto rappresentare un tassello aggiuntivo di più generali ed ampie strategie di riequilibrio territoriale. Il loro, infatti, è un peso assai relativo, assolutamente non corrispondente alla rappresentazione mediatica che se ne offre, alla suggestione inebriante prodotta dalla ridda di cifre mirabolanti offerte in pasto all'opinione pubblica. Si pensi che la spesa in conto capitale per investimenti e formazionedi capitale produttivo è stata, nel 2012, pari a 48,5 miliardi di euro, il 3,1per cento del PIL a fronte di una spesa corrente di oltre 750 miliardi. La quota riservata al sud, all'interno di questa, è pari appena a 17,4 miliardi dieuro, l'1,1 per cento del PIL; al suo interno tutte le risorse aggiuntive perla coesione valevano 6, 9 miliardi e quelle europee soltanto 2,4 miliardi dieuro.
Ciò che si racconta, quindi, su sprechi, inefficienze e malefatte, che pure ci sono e che pure occorre sanzionare duramente, copre la più colossale operazione di redistribuzione alla rovescia operata nella storia repubblicana. Ma cosa si annuncia dunque – ci si chiederà legittimamente – per il domani, visto che questo è quello che è successo fino aieri ? Il nuovo Fondo di sviluppo e coesione è ridotto di 20 miliardi rispetto al precedente, e non è ancora programmato; la riduzione del cofinanziamento dei POR per 12 miliardi su Calabria, Campania e Sicilia, in analogia con quanto avvenuto con il piano di azione e coesione è sconfortante; l'Agenzia per la coesione non è ancora operativa nel mentre sigestisce la coda di vecchi programmi e l'avvio dei nuovi. Le politiche di coesione, inoltre, sono slegate da strategie di sviluppo più ampie, anche insede europea, e il Mezzogiorno è penalizzato pesantemente da condizionalità macroeconomiche di recente introdotte, che premiano i territori con le migliore performance; i vincoli delle fiscal compact alimentano divergenze che i fondi strutturali, per le regioni appena dette, non sono ingrado di compensare; le regole di integrazione imposte dall'Eurozona rendono il Mezzogiorno una specie di Sisifo impossibilitato a competere con Paesi come la Polonia, che ricevono un'ingente mole di risorse senza essere sottoposte agli stessi vincoli fiscali e monetari a cui è sottoposto il Mezzogiorno d'Italia. Come si produce la convergenza in queste condizioni ? Come si correggono gli squilibri ? Come è possibile che nessuno se ne accorga e che tutti discutano d'altro ? Il 2013 è il sesto anno consecutivo di crisi ininterrotta, con dinamiche recessive che minacciano di protrarsi anche nel 2014 e nel 2015. Fra il 2008 ed il 2013, il prodotto industriale si è ridotto di oltre un quarto, gli addetti all'industria di poco meno che un quarto, si sono più che dimezzati gli investimenti dell'industria. La Svimez parla di desertificazione industriale in cui, ai limiti strutturali dell'apparato produttivo meridionale, si sommano limiti congiunturali legati al forte calo della domanda interna.
E che dire poi dell'università del Mezzogiorno ? Già quelle italiane sono tra le ultime in Europa per finanziamento, numero di iscritti e laureati, ricercatori e dottoridi ricerca, quella del sud è penalizzata da criteri di distribuzione delle risorse, ideate per premiare le realtà con le migliori performance. Le quote premiali di finanziamento aumentano esponenzialmente a scapito dei fondi di finanziamento ordinario. Il rapporto Svimez 2014, ancora una volta, segnala che è diventata drammatica la condizione giovanile, che c’è un declino apparentemente inarrestabile degli atenei meridionali e dei sistemi regionali di diritto allo studio; le risorse decrescenti riducono le opportunità formative, i passaggi dalle scuole medie superiori alle università si sono ridotti, riportando il Paese indietro di dieci anni.
Fra il 2012 e il 2013 il numero delle iscrizioni dei giovani meridionali all'università si è ridotto del 30 per cento rispetto a dieci anni prima, nel 2003-2004. I pochi giovani che si iscrivono all'università, uno su quattro oggi, scelgono sempre più raramente un ateneo in regione preferendo per il 25 per cento una sede diversa contro il 9 per cento dei giovani del centro e l'8 per cento di quelli del nord.
Infine il tema cui accennava in maniera a mio giudizio un po’ fantasiosa il collega che mi ha preceduto, lo smottamento demografico del Mezzogiorno: fino al 1995 il declino riproduttivo è avvenuto seguendo un percorso parallelo fra nord e sud, fino ad allora la geografia riproduttiva è rimasta inalterata. A partire da allora tale tendenza ha cominciato ad invertirsi fino al sorpasso del 2006, quando la fecondità del nord ha superato quella del sud. Le dinamiche che producono questi esiti sono laminore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, le difficoltà deigiovani a trovare lavoro e a metter su famiglia che li inducono a cercare fortuna altrove; la bassa natalità più la forte mobilità dei giovani determinano un fenomeno che con orribile espressione è stato definito «degiovanimento», che avvita il sud in una spirale senza ritorno. Siamo in presenza di un processo devastante di stravolgimento demografico e di disinvestimento – anche qui, discutibile espressione – riproduttivo.
Occorre dunque immaginare un modello sociale che rimetta al centro le persone ponendole in grado di essere al contempo destinatarie e costruttori di benessere nel territorio che abitano. Di qui la portata dirompente della proposta di reddito minimo garantito qui ed ora, non solo riforma del welfare ma liberazione dal ricatto, diritto alla dignità, dice Libera, al futuro per legiovani generazioni meridionali a cui non si possono propinare oltre ricette logore e stantie. Ma chi può credere che si possa riassorbire l'enorme mano d'opera di eccedenza qualificata e intellettuale rappresentata dai giovani e dalle donne meridionali semplicemente azionando le leve del mercato ? La riduzione del tempo di lavoro necessario alla produzione di merci libera risorse che vanno redistribuite a vantaggio di tutti – finisco, Presidente – in una prospettiva in cui la mano pubblica torni a svolgere lafunzione che finanche gli onesti conservatori dell'Italia liberare ritenevanole fosse assegnata.
Ecco, abbiamo scelto di limitarci nell'illustrare la mozione a fotografare l'esistente, sperando che il dibattito che seguirà aiuti ad individuare qualche via d'uscita dal vicolo cieco in cui è piombato il Mezzogiorno. La parte per così dire construens della proposta contenuta nella mozione la rinviamo agli interventi per dichiarazione di voto che seguiranno. Essa in larga parte segue la scia delle indicazioni Svimez: risparmio energetico, riqualificazione urbana, bonifica ambientale ed idrogeologica, servizi civili, misure che nell'insieme prefigurino un grande piano per il lavoro, un grande new deal verde che allevi la fame di lavoro al sud. Poi politiche infrastrutturali in grande stile che rafforzinola base produttiva meridionale e ne correggano i limiti. Logistica di tipo nuovo, nuove grandi scelte di concentrazione urbana, porti e attività di retroporto...

PRESIDENTE. Dovrebbe concludere, onorevole Placido.

ANTONIO PLACIDO....secondo gli studi recenti dei professori Forte e Canesi, con lo sguardo rivolto al Mediterraneo e perciò all'Europa. Nessuna idea d'Europa, neanche quella più angusta, è infatti compatibile con l'amputazione del suo fronte meridionale e mediterraneo, è in gioco molto più del destino dell'Unione monetaria oggi sul fronte sud dell'Europa. Sono in discussione la pace e la guerra ed è misurandosi e fronteggiando minacce come queste nel secolo che abbiamo alle spalle che si è costruito quel peculiare modello di civilizzazione europea che porta il segno indelebile delle conquiste del lavoro. Di questa storia siamo eredi e di questa vorremmo continuare ad essere gelosi custodi.
 
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