Sel: Italicum è Porcellum 2. Obbiettivo allontanare i cittadini dalla politica


«Dopo il disastroso Porcellum ci si aspettava una svolta, che restituisse sostanza alla democrazia rappresentativa e così frenasse la crescente disaffezione dei cittadini nei confronti della politica. Invece è arrivato il ‘Porcellum 2-La vendetta’, cioè una legge elettorale che è in strettissima continuità con quella precedente e che non risponde in nulla ai rilevi della Corte costituzionale» afferma la presidente del Gruppo Misto-SEL Loredana De Petris.

«Ma forse – prosegue l’esponente di SEL – con questa legge elettorale e con la riforma costituzionale si vuole proprio perseguire freddamente l’intenzione di allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica per dare il colpo di grazia alla partecipazione popolare alle scelte politiche».

L’intervento in aula della senatrice De Petris

Signora Presidente,  colleghi, Ministro,
il dibattito che si è svolto fino a questo momento in Aula sulla legge elettorale ha fatto registrare moltissime note critiche – lo annoto, ma ognuno può andare a riguardarsi il dettaglio degli interventi – non solo all’interno delle forze realmente di opposizione, come forse sarebbe potuto essere scontato, ma anche nei rappresentanti delle forze di maggioranza, su degli elementi che ritengo dovremmo mettere bene a fuoco. Ed è questo, dunque, lo sforzo che cercherò di sostenere. Ciò è avvenuto in un contesto che, purtroppo, ci ricorda tristemente il dibattito sulle riforme costituzionali. Per la verità, abbiamo sempre tenuto insieme il ragionamento, le obiezioni, le opposizioni e i rilievi critici avanzati a proposito delle riforme costituzionali, con la legge elettorale – l’Italicum – che nel frattempo era stata approvata dalla Camera dei deputati.
Abbiamo parlato in modo chiaro e preciso di un combinato disposto tra la riforma costituzionale in itinere e la legge elettorale, che rischia di produrre un mutamento profondo del nostro sistema democratico e in qualche modo un superamento surrettizio, senza esplicitarlo, della stessa forma di democrazia parlamentare, così come ci è stato consegnata dall’architettura costituzionale.
Abbiamo parlato sempre di questo combinato disposto – e forse, ahimé, siamo arrivati all’epilogo – denunciando anche le tendenze degli ultimi venti anni nel nostro Paese che, dietro l’ossessione – come io la definisco – delle riforme costituzionali, ha di fatto consegnato una progressiva verticalizzazione del sistema politico e istituzionale e, nei fatti, una riduzione della rappresentanza.
L’ossessione delle riforme, ispirate solo dall’idea, altrettanto ossessiva, della governabilità, in tutti questi anni ha prodotto una crisi profonda della democrazia rappresentativa – è sotto gli occhi di tutti e non si può non vedere – e soprattutto una disaffezione, una vera e propria crisi nei rapporti tra cittadini e istituzioni. Si registra una sfiducia profonda – anche se non mi piace citare i sondaggi, la fiducia non supera forse il 3 per cento – nei confronti del sistema politico e parlamentare e, quindi, una crisi della democrazia rappresentativa, della rappresentanza del sistema politico nei confronti del cittadino, che si manifesta in forme estreme attraverso la disaffezione dal voto, come è stato citato da molti colleghi e, non ultimo, ieri sera, dal collega Sposetti. I dati sono impietosi dal punto di vista statistico e ci hanno portato ad un record negativo in termini di partecipazione al voto alle elezioni europee, per non parlare poi delle elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria.
L’ossessione della governabilità ha prodotto questo fenomeno, ma non ha dato governabilità. Si annunciano ora le riforme e la nuova legge elettorale come una vera e propria svolta rispetto al passato. Si dice che finalmente si arriva al dunque e che il dibattito di questi anni giunge a conclusione.
Vorrei qui ricordare sommessamente che quel dibattito aveva prodotto una riforma costituzionale (quella del Governo Berlusconi, che i cittadini per fortuna non hanno confermato) e anche, purtroppo, una legge elettorale (il Porcellum), dichiarata poi fortemente incostituzionale nella sentenza n. 1 della Corte costituzionale. Sia il Porcellum che la riforma costituzionale avevano uno scopo preciso, da me definito “l’ossessione della governabilità”, vale a dire un modello di democrazia assolutamente verticistico oppure – come molti studiosi amano chiamarlo – una sorta di democrazia d’investitura in cui l’elemento fondante è investire un leader, unPremier, e non certamente un’adeguata forma di democrazia rappresentativa.
Oggi siamo qui a discutere del Porcellum, perché, appunto, c’è stato l’intervento della Corte costituzionale. Ma, di fatto, proprio nell’opinione pubblica quella legge era stata indicata come uno degli elementi forti di perdita di credibilità, perché i cittadini non hanno accettato e non accettano l’idea di un Parlamento di nominati. I cittadini si sono sentiti espropriati della possibilità di decidere i propri rappresentanti e i danni che si sono prodotti nel nostro sistema democratico sono incalcolabili.
Quindi, viste tutte le dichiarazioni della svolta sia sulle riforme che sulla legge elettorale, mi sarei aspettata che ci fosse – appunto – effettivamente la svolta, cioè che si interrompesse la malattia che ha afflitto e logorato il sistema democratico del nostro Paese. Mi aspettavo che si interrompesse il processo di verticalizzazione del sistema politico-istituzionale e si rianimasse e si desse un’anima anche alla democrazia rappresentativa. Questa sarebbe stata effettivamente la svolta.
Di fatto, ci troviamo invece di fronte – torno a ripetere – ad una continuità con questi fenomeni che sono oggi il male della democrazia del nostro Paese. Qui ci viene spesso rinfacciato il fatto che i cittadini aspettano finalmente le riforme costituzionali e la legge elettorale. Certo, i cittadini vorrebbero avere la possibilità di scegliere (e, forse, ci hanno anche sperato) e, vorrei qui ricordare che, al contrario di altri, in questo Parlamento noi del Gruppo Sinistra Ecologia e Libertà ci eravamo assunti l’onere di raccogliere le firme per abrogare il Porcellum. Tra l’altro, vorrei ricordare che, proprio durante quella campagna referendaria, ci fu una grandissima adesione: non a caso, si raccolsero un milione e 200.000 firme in pochissimo tempo, l’ultimo atto di fede e di impegno dei cittadini stessi per riprendere in mano la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, con la speranza di ridare forza al sistema democratico. Si è, invece, dovuto attendere il pronunciamento della Corte costituzionale.
Speravamo che quel pronunciamento e anche la grande disaffezione fossero un segnale forte di allarme, capace di produrre l’idea di portare avanti e modificare il trend degli ultimi vent’anni, dando una svolta e rispondendo alla domanda di democrazia che c’è nel Paese. Questa disaffezione e questo distacco sono infatti, in realtà, anche una richiesta, che si evidenzia in altro modo, di maggiore partecipazione e di maggiore democrazia. Noi, al contrario, ci troviamo di fronte a delle proposte che sono in continuità con il passato.
Non mi dilungherò di nuovo sulla riforma costituzionale, ma che cosa produce in realtà? Produce, ancora una volta, più democrazia? Non mi pare. Abbiamo fatto dei passi in avanti per mettere in campo strumenti più forti di democrazia partecipata? La riforma costituzionale che si sta adesso discutendo alla Camera dei deputati produce elementi ulteriori che riattivano la partecipazione e rianimano il sistema politico e la democrazia rappresentativa? No. Di fatto ci si avvia – anche lì – ad assecondare ancora di più (senza dirlo chiaramente, ma di fatto) una democrazia del Premier (chiamiamola così), un premierato forte, accentuando quel processo di verticalizzazione.
E nei fatti, sul tema cruciale di rinforzare la democrazia rappresentativa, per quanto riguarda, il Senato si produce un’operazione incredibile, nel senso che si elimina direttamente l’elezione, ovvero la possibilità diretta dei cittadini di potersi scegliere i propri rappresentanti in una Camera.
Con legge elettorale – e qui arrivo ai punti critici – invece di rispondere alle questioni serie poste dalla Corte costituzionale, ricordandoci i principi dell’architettura costituzionale che hanno portato alla dichiarazione di incostituzionalità della legge, in realtà si opera in totale continuità. Non a caso, l’Italicum viene considerato il Porcellum 2 “la vendetta”, e qualcuno dice l’Italicum 2.0, ma è il Porcellum 2 “la vendetta”. Ancora una volta si conferma quell’idea di democrazia, e lo dico alla Ministra. Quando si fa una legge elettorale, infatti, bisogna indagare innanzitutto lo scopo di questa legge elettorale. Io mi ero illusa a lungo, e non a caso, per molto tempo, abbiamo evitato di dare definizioni forti, evitando di parlare di svolta autoritaria abbiamo cercato di capire se effettivamente si volevano mettere in campo delle riforme e una modifica della legge elettorale che rimettessero in circolazione e rianimassero il nostro sistema di rappresentanza, rispondendo anzitutto alla crisi profonda di rapporti tra i cittadini e le istituzioni stesse.
Invece con il Porcellum 2, cioè con questa proposta, in realtà ci si continua ad incamminare sempre sulla stessa strada. Non vedo nessuna soluzione di continuità, ma vedo anzi una conferma di quell’idea di democrazia di investitura che ritengo il vero modello di democrazia a cui questo Governo e questa maggioranza di fatto si ispirano, senza dirselo e forse senza confessarlo neanche a sé stessi. Questo disegno di legge – torno a ripetere – tende, infatti, ancora una volta ad assecondare le logiche secondo cui non si scelgono i propri rappresentanti, non si dà ai cittadini la possibilità di poter effettivamente partecipare, non si rianima e non si dà forza al pluralismo politico. Lo scopo, invece, è quello dichiarato. Qual è lo scopo? Lo scopo di questa legge elettorale è quello di sapere la sera delle elezioni – questo è quanto viene ripetuto in continuazione – non chi ha vinto, ma chi governerà.
L’ossessione della governabilità, che non ha prodotto governabilità – non ha prodotto, in questi vent’anni, alcun tipo di governabilità, mi pare, e non potete certamente dire il contrario – si accompagna al fatto che, nel dichiarare quello scopo della legge elettorale, di fatto si suggella l’idea della democrazia di investitura. Qualcuno ha parlato di passaggio ad un premierato forte, senza le adeguate modifiche che avrebbero potuto prevedere dei contrappesi all’interno dell’impianto costituzionale. È esattamente questo lo scopo ed è assolutamente pericoloso, perché detta tendenza, favorita nei tempi più recenti sempre di più dall’estendersi della componente plebiscitaria (o, nella sua forma degenerata, populista) dentro i nostri sistemi politici, può creare davvero un problema serio di tenuta democratica dell’intero sistema. Quando dico che il passaggio a questo modello di democrazia è stato favorito ed accentua la componente plebiscitaria, è perché in quest’Aula ho sentito molte volte esponenti della maggioranza e del Partito Democratico tuonare contro le forme di populismo. Ma, in realtà, quello che si sta continuando a perseguire è esattamente questo, anche con questa legge elettorale.
L’importante è sapere quale sarà il Premier che vincerà.
Gli elementi critici che ci sono stati sottoposti dalla Corte costituzionale – lo dico con molta chiarezza – non sono assolutamente risolti neanche dalle proposte di modifica presentate con gli emendamenti della maggioranza stessa. E arrivo ai punti critici.
Innanzitutto cito il premio di maggioranza. Guardate bene, colleghi, che il modello a cui ci si ispira, e cioè l’elezione diretta dei sindaci, non fissa una soglia. Non pensate che le obiezioni e le questioni poste dalla Corte costituzionale si risolvano unicamente con il fatto che viene fissata una soglia minima per accedere al premio di maggioranza. Nella nostra Costituzione, infatti, quando si parla di maggioranza, o si tratta di maggioranza qualificata o di maggioranza assoluta (50 più uno). Se ci si ispira al modello per l’elezione diretta dei sindaci – questo rivela, ancora una volta, quale è lo scopo della legge elettorale e, quindi, una verticalizzazione, in realtà una concentrazione solo sul leader - la maggioranza è 50 più uno. Qui invece viene aumentata la soglia dal 37 al 40, ma ritengo che i rilievi critici della Corte costituzionale non sono in questo modo superati.
Cosa ci dice la Corte? Ci devono essere una ragionevolezza e un bilanciamento con il principio di rappresentanza. Il premio di maggioranza non può essere un elemento distorsivo della rappresentanza, perché questa è l’architettura costituzionale a cui noi dovremmo ispirarci e a cui la legge elettorale dovrebbe ispirarsi.
Anche per il ballottaggio ci si ispira al modello di elezione dei sindaci. Eppure, noi conosciamo i ballottaggi per l’elezione di cariche monocratiche, mentre qui si estende il sistema del ballottaggio all’elezione del Parlamento, e questo la dice lunga sull’idea che tutto è concentrato sul Premier. Ebbene, tale elemento di distorsività viene accresciuto, Ministro, perché si può verificare il caso che al ballottaggio possa vincere la forza arrivata magari seconda e ne ha preso il 20 per cento, ma è al primo turno che viene fissato l’elemento della rappresentatività e, quindi, del rapporto tra i voti e gli eletti. Quindi, il surplus di seggi che vengono assegnati è enorme. Allora, a che cosa si vuol tendere? Evidentemente ad un Governo senza popolo, oppure ad un Governo con più popolo possibile e con meno rappresentatività possibile.
A questo punto mi viene anche il sospetto che forse lo scopo sia della riforma costituzionale che della legge elettorale non sia quello di rispondere alla crisi della rappresentanza; non è quello di ricostruire un rapporto tra cittadini e istituzioni, di ridare la parola e la possibilità ai cittadini di scegliere, ma forse di rassegnarsi, anzi di agevolare un meccanismo di distacco dal voto. Forse l’astensionismo fa anche comodo da questo punto di vista, se l’idea è addirittura perseguire una possibilità di governare comunque, anche senza popolo stesso.
Questo è un altro elemento di criticità, con il premio di maggioranza e lo sbarramento.
In questo Paese si continua a confondere l’ossessione della governabilità con la stabilità.
Il sistema tedesco, che è stabile, ci dice che, laddove c’è lo sbarramento (il cinque per cento in quel caso), non vi è il premio di maggioranza. Eppure, è un sistema stabile. Qui invece c’è il premio di maggioranza, con conseguenti problemi di distorsività e di ragionevolezza che non vengono risolti, e per di più si mette lo sbarramento.
Apprezzo le modifiche apportate, perché il sistema degli sbarramenti che ci aveva consegnato la Camera era veramente incredibile e denunciava solo e unicamente l’idea di comprimere il pluralismo e la rappresentanza. Quindi va benissimo che è stato modificato, ma rimane un punto critico: la questione delle liste bloccate.
Termino dicendo che non si può risolvere il problema con un unico capolista e gli altri eletti con le preferenze, perché questo riguarderà solo il partito che prende il premio di maggioranza. Tutti gli altri elettori degli altri partiti – e qui c’è il problema dell’uguaglianza del voto – non avranno la stessa possibilità. Si immette il meccanismo delle multicandidature, che creerà un problema fortissimo – lo dico alla Presidente della Commissione – sull’equilibrio di genere perché, con il meccanismo della pluricandidabilità, il problema della parità di genere non solo non sarà risolto, ma rischierà di essere molto, molto serio.
Faccio un appello a questo riguardo, perché gli elementi di incostituzionalità permangono, a mio avviso. Possiamo correre il rischio che, per la seconda volta, la Corte costituzionale, il giudice delle leggi, intervenga sulla legge elettorale per dichiararla incostituzionale? A quel punto sarebbe completato il disastro e ci sarebbe la totale delegittimazione delle istituzioni, del Parlamento, del sistema politico.