Il Presidente

Tutti insistono, Renzi in testa, che al Quirinale debba accedere, dopo Napolitano, un personaggio di “alto profilo”, un “garante” di tutti, un “super partes” delle istituzioni. Al di là della scontata retorica paraistituzionale e delle variegate frasi di circostanza, che accompagnano oggi i discorsi pubblici sulla successione, e sono costruiti anche per far da velame all’aspra partita politica in corso, vien da chiedersi che cosa Renzi e molti altri intendano come ruolo di garanzia istituzionale e se ritengano che un tale ruolo sia stato effettivamente svolto dal Presidente uscente.
E, soprattutto, se pensano che oggi quel ruolo debba essere inteso diversamente, così sembra, da come è inteso in Costituzione, se cioè sia da aggiornare, alla luce del nuovo che avanza o del vecchio che non funziona. O dell’Europa che ce lo chiede o veda Renzi che cosa, dal momento che lui è ormai arbitro di tutto.
Basterebbe almeno che si uscisse dagli inganni e dalle mistificazioni della retorica, che accomoda tutto senza nulla accomodare, lasciando anzi che le cose della democrazia si disgreghino per conto loro.
Nella fase di crisi del sistema politico istituzionale che l’Italia vive, di mutamento di fatto e di senso di alcuni cardini dell’ordinamento repubblicano, rispetto a come la Costituzione li volle prevedere – basti pensare al rapporto tra potere legislativo e potere esecutivo – e di continui slittamenti della semantica politica – il significante “riforme”, per esempio che dice tutto e il contrario di tutto – nonché di narrazione quotidiana sul “grande”disegno riformatore che Renzi ha avviato (che di grande ha solo la produzione di disordine e confusione), una chiarificazione dovrebbe essere considerata irrinunciabile e irrimandabile. Ne va di quel che resta di interesse pubblico per gli istituti della democrazia. E ne va di quel che resta di legittimità e credibilità per una sinistra che voglia lavorare davvero a un progetto alternativo alla logica ademocratica dell’imperante neoliberismo.
Se alcuni commentatori sottolineano che Giorgio Napolitano ha interpretato il suo ruolo secondo modalità semipresidenziali e questo sembra un dato acquisito e già metabolizzato, ci sarà da capire o no come queste modalità – del tutto politiche – si concilino con il ruolo – tutt’altro che tutto politico – di garante delle istituzioni, che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica? E ci sarà da sottolineare o no che quelle modalità e quel ruolo stridono tra loro o dovrebbero stridere, e se non stridono qualche guasto profondo non si è forse prodotto, nel rapporto tra cittadini, donne e uomini, e istituzioni? I talk e il blablare mediatico hanno contribuito a banalizzare l’opzione presidenzialista e le modalità semipresidenzialiste di cui si parla , scollegandole dal tema della democrazia, della rappresentanza, dell’equilibrio dei poteri. Del tutto si parla solo pragmaticamente, come una soluzione auspicabile perché “la politica non ce la fa” e il Presidente è “l’unico all’altezza” dei problemi.
Il relativo consenso popolare che Giorgio Napolitano ha conservato fino ad oggi nasce soprattutto dalla dissolvenza dei vincoli costituzionali e dalla torsione populistica dal basso che è in atto da tempo. Un fenomeno che si è propagato in molti modi, non solo in forma di “grillismo” antisistemico, ma anche per la crescente domanda, che è tipica dei periodi di crisi della democrazia, di un leader a cui affidarsi, di un capo che si occupi del bene di tutti, dell’Italia e via così. Il populismo dal basso non si manifesta sempre e necessariamente come mossa antisistemica ma spesso come surrogato della volontà di farsi sentire dal basso, di fronte alla caduta di credibilità della politica e, in Italia, allo scandaloso sistema della partitocrazia che ha contribuito a metterla sotto sequestro.
Nel suo discorso di fine 2014, l’ultimo da Presidente, come lui stesso ha ribadito, Giorgio Napolitano non ha detto nulla di significativo sullo stato del Paese, sui problemi, le contraddizioni, le iniquità che lo affliggono e ne bloccano il futuro. E nulla ha detto sull’involuzione negativa del sistema politico-istituzionale che la politica del nuovo premier ha accentuato, arrivando spesso, da parte dello stesso premier, a manifestazioni di pubblico dileggio della rappresentanza parlamentare, considerata da lui né più né meno che uno dei tanti corpi intermedi da levare di mezzo o depotenziare e definitivamente addomesticare. Il costante declino del senso della rappresentanza e della funzione legislativa del Parlamento ha radici storico-politiche che, beninteso, prescindono da Renzi. Ma il premier vuole fare oggi un decisivo passo avanti in questa direzione: tutti i suoi giochi e giochetti di potere lo dimostrano, il suo tener sotto sequestro i calendari istituzionali e le agende politiche, lo segnalano passo dopo passo, al di là che poi lui riesca perfettamente o approssimativamente a realizzare gli obiettivi. Renzi si gioca il suo futuro di leader della nuova Italia e per questo la sua massima aspirazione è oliare il dispositivo dell’assuefazione sociale, psicologica, simbolica a come stanno e vanno, le cose, al fatto che non c’è alternativa se non affidarsi ai multi direzionali bonus del premier invece pretendere un rinnovato sistema di Welfare, alle tutele crescenti anziché rivendicare quelle certe, alle attese della ripresa anziché programmare politiche per la ripresa. Ai patteggiamenti dei capi di Stato e di governo a Bruxelles anziché animare un forte iniziativa per andare oltre i trattati per un’Europa degna d questo nome.
Napolitano è stato il garante di questa impostazione in versione renziana: non per l’istituzionale rispetto del programma del governo in carica, come da Costituzione un Presidente della Repubblica è tenuto a fare, al di là delle sue personali convinzioni politiche, ma perché pienamente convinto che l’Italia debba voltare definitivamente pagina, accettare le soluzioni della Troika, far parte del cultura meanstream dell’Austerity, dar mano a un robusto processo di semplificazione efficientista a favore del primato dell’esecutivo. Ridurre e spoliticizzare il numero dei rappresentanti, le complicazioni che impediscono al governo di governare, la pretesa dei sindacati di dire la loro: questo il mantra di Renzi (ma, ai tempi, anche di Berlusconi), questo anche l’orientamento del Presidente. Supportato in questo da una complessa cultura politico-istituzionale, che difetta, come è evidente al premier, ma la sostanza è la stessa. Napolitano ha svolto il ruolo decisivo di Lord Protettore di Renzi, dopo aver svolto quello di protagonista politico della lunga vicenda che da Berlusconi, attraverso due governi tecnici e la mancata vittoria del centrosinistra nel 2013, ha condotto al punto in cui siamo.
Ma il vuoto di analisi sullo stato del Paese è anche un pieno per Napolitano: non solo del forte background culturale e ideologico del Presidente ma anche delle consegne politiche che lui si sente autorizzato, in questo scorcio di Presidenza, a lasciare al suo successore e al Paese. Perché è grazie a lui che siamo finalmente a una svolta, abbiamo finalmente imboccato la strada giusta, e le “grandi riforme” necessarie sono state finalmente avviate: questa la sostanza politica del messaggio: una vera e propria promozione sul campo di Renzi.
Dal suo punto di vista Napolitano ha d’altra parte realizzato un obiettivo per lui fondamentale: all’indomani dei risultati elettorali del 2013, tentare il tutto per tutto per salvare la legislatura. Il Presidente lo fece nell’unico modo che lui riteneva valido, cioè costruendo le condizioni per arrivare a un governo di larghe intese. Solo per questo acconsentì a restare ancora al Quirinale e da quel momento Napolitano ha operato con tenacia e determinazione per l’intesa più larga possibile tra i partiti presenti i Parlamento, dovendosi poi accontentare delle piccole intese, spalleggiate comunque dal patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi, con tutti i sottointesi connessi, come in questi giorni sta venendo fuori.
Il perno della strategia politica del Presidente è stata sempre l’idea delle larghe intese come risposta alla crisi del Paese, realizzata con volontà di ferro e in uno scenario quasi da stato di eccezione col governo Monti. Sembra passata un’epoca dall’antiberlusconismo manieristico di cui si nutriva la politica del Pd allo scenario attuale, dominato dai salamelecchi mediatici sul ruolo di statista e padre della patria del Cavaliere. Di tutto questo non c’è stata traccia nel discorso di addio del Presidente. Forse è questo il ruolo di garanzia di cui parla Renzi e che il premier auspica per il futuro Presidente: la capacità di spingere polvere sotto i tappeti.

Elettra Deiana