Il Paese del giorno dopo

Quattordici neofascisti arrestati. Volevano uccidere politici e magistrati senza scorta, “dieci, undici nello stesso momento”, e far saltare sedi Equitalia con il personale dentro. L’obiettivo era “sovvertire l’ordine democratico dello Stato”, creare tensioni e poi usare l’odio come strumento di consenso elettorale per realizzare una Repubblica fondata sul fascismo.

Siamo “il Paese del giorno dopo”, in piedi grazie solo alla magistratura. Perché “il giorno prima”, politici e governo (vero, prefetto di Roma?) ci spiegavano che “la mafia non esiste” o, comunque, se c’è sta sempre da un’altra parte. Il giorno prima politica e informazione mettono al centro dei problemi dell’Italia i Rom e i migranti, normalizzano chi fomenta odio, la voglia di autoritarismo, di patria con i muri alti trenta metri ai confini e un uomo forte al comando, “che pensi agli italiani”. Il giorno prima, gente che rivendica con fierezza la propria appartenenza fascista, come Casapound, viene sdoganata in tv come un qualunque movimento democratico. Il giorno prima, il leader della destra Matteo Salvini afferma con forza che “il fascismo è una categoria vecchia, del passato”. Un po’ come dire: state tranquilli se vado a braccetto con i neofascisti, il fascismo è superato, non è un pericolo.
Poi, scopriamo che il fascismo è un’idea del mondo ancora in voga, da realizzare sotto forma di bombe e omicidi. E che si serve di un contesto culturale apposito, fatto di rancore, rabbia e capri espiatori. Chissà se oggi quelli del giorno prima si renderanno conto che quel contesto è anche un po’ colpa loro.
Noi nel frattempo, siamo e resteremo sempre antifascisti. Non per un feticcio, non per un rito consolatorio, ma perché abbiamo a cuore il Paese e la democrazia.

Marco Furfaro