Dialogo con un giovane blogger: perché lo sciopero di venerdì può essere una opportunità politica

C’è da augurarsi che lo sciopero del 12 dicembre riscuota un grande successo e se ne parli abbondantemente, non solo sui media ma ovunque donne e uomini abbiano l’occasione di discuterne e ritrovino la voglia di scambiarsi in libertà opinioni su come vanno le cose oggi. E magari si impegnino a far sì che la giornata dello sciopero generale non chiuda niente ma tenga davvero aperta la partita tra il governo Renzi, che la vuole definitivamente chiudere, con la benedizione di Bruxelles, e la parte sociale del nostro Paese sulla cui pelle quella partita si gioca. Che insomma i lavoratori e le lavoratrici, che fanno parte intrinseca della partita, tornino a contare davvero, dentro e fuori i sindacati.

Per questo c’è anche da augurarsi che il successo della giornata stia soprattutto nel fatto che i cortei si riempiano di facce giovani e di voci dissonanti che raccontino di un altro modo di guardare alle cose, mai adeguatamente e spesso per niente rappresentato dai sindacati. C’è davvero bisogno di manifestare e far valere l’esistenza di un altro punto di vista, critico delle ricette di Renzi, del suo verso da dare alle cose, del suo triste semestre italiano, delle sue per niente divertenti battute sull’Europa e, soprattutto, della sua sostanziale identità di vedute con il dominante canone neoliberista. Ma critico, quel punto di vista, anche nei confronti di una storia sindacale confederale che non ha contrastato come avrebbe dovuto le politiche di austerity e con esse ha continuato invece a patteggiare al ribasso, “concertando” nei fatti l’abbandono al proprio destino di una parte crescente del lavoro, va via deregolato, sempre più flessibile e precario, working poor, non lavoro, no future, migrante, non garantito, ridotto alla sopravvivenza, scartato. E altro. Il focus sociale da cui ripartire, con l’annessa tematica della ridistribuzione, del salario minimo e altro.
Dicono Susanna Camusso e Carmelo Barbagallo, l’una segretaria generale della Cgil, l’altro leader della Uil, che le ragioni dello sciopero restano tutte, in barba alle argomentazioni che il premier Renzi via via imbastisce, con lo scopo di dimostrare, di fronte all’opinione pubblica, l’inutilità dell’appuntamento sindacale. Non si può non essere d’accordo con i due esponenti sindacali: le ragioni dello sciopero restano tutte. Ma non solo perché Renzi fa di testa sua e vuole farla finita con l’ingombrante presenza di sindacati che spesso fanno resistenza soprattutto perché devono difendere ruolo e posizioni. Le ragioni dello sciopero restano tutte perché soprattutto è in gioco una partita sociale senza precedenti, che riguarda la sopravvivenza dei settori sociali in via di impoverimento e parla della vita senza futuro delle generazioni più giovani. Su questo è aperta la discussione a tutto campo e su questo si gioca la stessa legittimità della rappresentanza sindacale. A partire da come i lavoratori precari, per esempio nel pubblico impiego, abbiano o non abbiano diritto a partecipare, votare, decidere, eleggere, essere eletti nelle rappresentanze sindacali.
E Camusso specifica, forse per la consapevolezza che le proposte sindacali rischiano di restare sul piano delle chiacchiere, oltre che strutturalmente inadeguate, come molte voce critiche sottolineano, che il combinato disposto di Jobs Act e legge di Stabilità non favorisce il lavoro ma neanche le imprese che vogliano davvero investire. Anche su questa sottolineatura di Camusso è difficile non essere d’accordo. C’è da rilevare però che forse la segretaria generale della Cgil se n’è accorta – lei ma anche i suoi predecessori – molto tardi, lasciando che gli argomenti avvelenati del neoliberismo, in auge da diverse decadi ormai, nel frattempo facessero scempio dei diritti del lavoro e aprissero la strada a politiche di crescente riduzione della protezione sociale, in particolare per chi ha cominciato a lavorare negli anni Novanta. Ed è questo un particolare non di poco conto.
Frattura strutturale e simbolica tra le generazioni: è passato anche di qua, e non in piccole dosi, il mantra neoliberale dell’individuo padrone del proprio destino, responsabile delle proprie fortune e impresario di se stesso, a prescindere dalle cause strutturali che ne condizionano l’esistenza, e dunque a prescindere – visto che l’articolo tre della Costituzione, quello quasi commovente della Repubblica madre benigna, è ormai anticaglia novecentesca – da come si nasce, dai soldi e dalle relazioni di famiglia, dagli studi che ti puoi permettere e dai salotti che puoi frequentare. E facendo finta di non sapere, contro ogni rilevazione sullo stato delle cose, che oggi la ricchezza si accumula più grazie alla nascita che per impegno di lavoro. E l’Italia ne è esempio illuminante: un particolare detto e ridetto che non ha smosso fino ad oggi foglia. E’ passato intanto nei fatti – ed è stato metabolizzato come “naturale” stato delle cose – lo spietato principio neoliberista che il mercato del lavoro offra il contesto di un potere negoziabile nei confronti delle aziende. Jobs act contro job property.
L’Ocse lancia l’allarme e aggiorna i criteri di valutazione dell’impatto della disuguaglianza: questo aumento fa perdere miliardi a tutti i Paesi che ne sono colpiti e l’Italia, dal 1985 al 2010, ha perso il 6,6 per cento del Pil proprio a causa della crescente disuguaglianza, registrando in quello stesso periodo una crescita leggermente superiore all’8 per cento del Pil, mentre sarebbe potuta essere del 14,7 per cento.
Per questo non si può non capire a fondo e per certi versi non condividere quello che ha scritto polemicamente in questi giorni un giovane blogger, di quelli che non le manda a dire. Si chiama Enrico Sitta e ha scritto su Facebook che non aderirà allo sciopero di venerdì 12. Scrive che gli dispiace ma non vuole perdere dei soldi in busta paga per rivendicare diritti che sono sempre di qualcun altro.
Ma Enrico scrive anche, in apertura del suo pezzo, che non gli sfugge il valore politico della mobilitazione e di essa condivide lo spirito di critica e di contrasto rispetto alle scelte del governo: Jobs act, legge di stabilità, decreto Poletti, ecc. Ed è proprio questo aspetto, bisogna dire, che oggi conta massimamente e deve convincere a sostenere lo sciopero: perché mette in discussione a livello di larga opinione pubblica e con larga area di ascolto diretto – quel mondo del lavoro che le Confederazioni sindacali ancora rappresentano e che è anch’esso sotto schiaffo – la pessima visione politica che delle cose ha il governo Renzi, e la qualità della partita ingaggiata dal premier per portare a compimento il cambiamento dei rapporti sociali, del ruolo della sfera pubblica, delle regole istituzionali, della democrazia. Lo sciopero generale, dopo le mobilitazioni che già ci sono state, allarga e rende visibile lo spazio politico del dissenso, della critica, dell’opposizione. E del conflitto, perché lo sciopero nacque come strumento di lotta e sarebbe il caso che questo aspetto venisse recuperato. Insomma tutte cose che possono aiutare la ripresa di una politica del cambiamento. Insieme a molti altri ingredienti, ovviamente. Ma questo è un altro capitolo.

Elettra DEIANA