JOBS ACT – Relazione di minoranza - Venerdì 21 novembre 2014


ANTONIO PLACIDO, Relatore di minoranza.

Signor Presidente, il provvedimento che pomposamente il Governo ha definito Jobs Act nulla ha a che vedere con il precedente che evoca, quello del Presidente Obama del 2011 negli Stati Uniti: poco e male realizzato se si vuole, immaginava tuttavia una mobilitazione straordinaria di risorse pubbliche e private convergenti nella direzione della creazione di nuovo lavoro e nell'ammodernamento della rete infrastrutturale di quel grande Paese. Qui si prevede, a scanso di equivoci, che dalla delega non dovranno derivare nuovi o maggiori oneri.
Il provvedimento che discutiamo inoltre è lesivo, per le ragioni prima dette, delle prerogative del Parlamento: una delega esorbitante, non circoscritta adeguatamente per principi e criteri direttivi; ed è lesivo, noi pensiamo, dei diritti e delle prerogative delle opposizioni. È appena il caso di ricordare il caso della legge sulle dimissioni in bianco, incardinata qui alla Camera per iniziativa dell'opposizione, approvata a larga maggioranza dalla Camera, inopinatamente sospesa al Senato da un Pag. 17diktat in attesa del Jobs Act e derubricata oggi ad un auspicio, checché se ne dica, rimesso ai successivi decreti nelle proposte della maggioranza e del Governo.
Un provvedimento offensivo della dignità e dei diritti costituzionali dei lavoratori in quanto persone e cittadini: controllo a distanza e demansionamento, anche nella forma ridefinita e pochi minuti fa illustrata, coprono solo pudicamente, a mo’ di foglia di fico, la verità contenuta nei provvedimenti. Non ha molto senso riferire agli impianti e alle attrezzature il controllo piuttosto che alle persone, visto che su quegli impianti quotidianamente lavorano persone, ed è ben poca cosa, rispetto alla lesione della dignità dei cittadini lavoratori, la conservazione ed il mantenimento dei livelli retributivi.
Provvedimento inefficace quanto a capacità di riformare gli ammortizzatori sociali, di estenderne e facilitarne l'accesso, perché privo di coperture da un lato; e dall'altro, forse soprattutto, incapace di delineare una strada effettiva di superamento di un welfare lavorista ed invecchiato, che tutela soltanto lavoratori maschi adulti che lavorano a tempo indeterminato. Insomma, una strada culturalmente incapace di immaginare tutele anche solo tendenzialmente universali, declinata nelle ipotesi del reddito minimo garantito, o se si preferisce del reddito di cittadinanza.
Il lavoro precario parasubordinato falsamente autonomo resta privo di tutele, le coperture per CIG, cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà, indennità di disoccupazione si riducono per l'introduzione dei massimali derivanti dalla contribuzione figurativa.
L'AspI si estende ai soli contratti di collaborazione coordinata e continuativa e si frammentano le coperture parziali in rapporto alle tipologie contrattuali ed all'anzianità contributiva. Inefficace anche quanto a capacità di disboscare la giungla di una precarizzazione che avanza, agevolata da una pletora di tipologie contrattuali, 45 secondo alcuni, utili solo a separare i penultimi dagli ultimi nel mare magnum della precarizzazione montante. Sarebbe stato lecito attendersi che il contratto a tutele crescenti le sostituisse tutte, cancellandole, invece esso indebolisce soltanto la configurazione attuale del rapporto di valore a tempo indeterminato e si sovrappone, senza neppure averne valutato l'impatto invero assai modesto, finora quantitativamente, del decreto Poletti che, lungi dal riformare il tempo determinato e l'apprendistato, ha precipitato i lavoratori in un limbo di durata indefinita prodotto dalla estensione della causalità e dall'incremento del numero di proroghe consecutive. Che dire poi dell'articolo 18 ? Saltano le reintegrazioni per i licenziamenti economici manifestamente infondati, quelli che la Fornero aveva conservato e i discriminatori, per i quali sarebbe bastato, secondo alcuni, il dettato costituzionale devono oggi essere riconosciuti nulli dal giudice prima ancora che discriminatori. Che dire dei disciplinari, affidati ad una successiva norma che ne tipizzi la casistica, opera pressoché impossibile, che in ogni caso non saranno più tutti i disciplinari ? Insomma c’è un intento, nemmeno troppo celato, un progressivo slittamento dalla reintegrazione, perseguita da anni, all'indennizzo, sanzionando non più il pregiudizio irreparabile che l'abuso di potere arreca alla sfera della dignità personale del lavoratore oltre quella della effettività della norma contrattuale, ma alla mera lesione delle aspettative contrattuali del lavoratore, causata dal licenziamento illegittimo: la definitiva mutazione genetica di questo istituto cui già la Fornero aveva assestato un colpo definitivo. Del resto, libertà di licenziare per le imprese, aveva detto il Premier, degli espulsi si occuperà lo Stato, e libertà per le imprese, magari grandi marchi stranieri, grandi gruppi stranieri, di fare shopping di marche ed imprese rese libere dall'impaccio dei lavoratori. La crisi che si è detta definitiva li priva oggi di ogni aggancio all'impresa, quell'aggancio che gli ammortizzatori spesso anche surrettiziamente, lo riconosciamo, finivano per assicurare. Insomma, Presidente, non c’è strategia di riduzione del danno che tenga, qualcuno l'ha scritto, probabilmente l'essenza della crisi democratica che attraversiamo, questa infinita notte della Repubblica, consiste nel trionfo dell'apparenza sulla realtà, un'apparenza che non risparmia le liturgie democratiche che le istituzioni mettono in scena. I sacramenti amministrati nel cielo della politica nascondono sempre più spesso la violenza consumata sulla terra dei rapporti sociali. Mentre ci si immedesima nella nobile figura del cittadino sovrano si perde anche quel residuo di autonomia che risiedeva nella rappresentanza. La legislazione si affida agli Esecutivi, i Parlamenti sono ridotti a palcoscenici, la sovranità è trasferita ad istituzioni sovranazionali non elettive e a potentati privati. Il provvedimento odierno è altamente simbolico, certo, non per il fine dichiarato, ripresa ed occupazione auspicate, ma per dimostrare a patronato italiano e tecnocrazie europee di voler andare fino in fondo nella normalizzazione neoliberista del Paese.
Gli unici effetti concreti che ne discenderanno consistono in una brutale lesione delle residue tutele del lavoro subordinato. Ecco perché, Presidente, esprimiamo la più netta e radicale contrarietà ad un provvedimento che pone il lavoro ed il Paese su un piano inclinato. Sì, lavoro e Paese insieme, perché oggi come non mai le ragioni del Paese, della qualità della sua democrazia, della qualità dei processi di ripresa che saprà innescare, coincidono. Coincidono, oggi come sempre nella storia della Repubblica, l'interesse generale con le ragioni, la dignità, i diritti degli ultimi e di chi lavora (Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Ecologia Libertà).