Tutte le bugie di Renzi sull’art. 18. Votata una delega in bianco al governo.

La dichiarazione di voto di Sel sul Jobs Act.  

Signor Presidente,
ancora una volta ci troviamo qui a tentare di discutere l’ennesima fiducia posta dal Governo. È molto grave, signor Presidente, colleghi, che tutto questo avvenga su una legge delega. Negli ultimi mesi abbiamo registrato strappi continui e costanti alle regole. In qualsiasi associazione, dal condominio all’associazione più piccola, vi debbono essere regole condivise e di solito si prova a rispettarle. Le nostre regole principali, signor Presidente, sono contenute nella Costituzione e noi ci troviamo di fronte ad una violazione costante della Costituzione. Questa legge delega è esattamente questo, ancora una volta; e la fiducia sulla delega è incredibile: è una violazione piena dell’articolo 76.

È una delega in bianco su cui, in tutti questi giorni, non si è costruita alcuna possibilità per quest’Assemblea di dare il proprio contributo e di discutere. Non abbiamo potuto esaminare un emendamento e solo oggi, molto tardi, abbiamo potuto vedere il maxiemendamento del Governo, senza neanche poter valutare in modo opportuno le modifiche apportate (non saprei se dal Governo stesso o dalla maggioranza).
Signor Presidente, ci muoviamo costantemente in un ambito che non è più quello che dovrebbe caratterizzare un Parlamento libero. Lo dico con molta franchezza: forse è il frutto avvelenato della terza legislatura consecutiva di applicazione del Porcellum, ma ho sempre l’impressione che in quest’Aula non si sia liberi fino in fondo e che si continui ad accettare e a sopportare tutto, anche di essere espropriati e di essere considerati ormai completamente inutili.
Questa delega completamente in bianco è stata costruita su un insieme di mistificazioni e bugie. Il presidente del Consiglio Renzi ha deciso deliberatamente di aprire lo scontro sull’articolo 18, costruendo una serie di bugie al riguardo. Addirittura, abbiamo sentito esponenti della segreteria del Partito Democratico con incarichi altisonanti venirci a dire che l’articolo 18 è un privilegio e che quei lavoratori che ancora hanno quel piccolo residuo dell’articolo 18 dopo la modifica apportata dalla Fornero sono i responsabili – loro sono responsabili! – dell’immane numero di giovani precari. Sono loro i responsabili della disoccupazione, sono loro i lavativi e l’articolo 18 è servito in questi anni a difendere i lavativi. Questo abbiamo sentito dire e lo abbiamo sentito ripetere anche poco fa in alcuni interventi!
Sono loro, i lavoratori che stanno nelle fabbriche, quelli che si spaccano la schiena, i responsabili della situazione occupazionale disastrosa in cui versa il Paese.
È colpa dell’articolo 18 se le piccole imprese falliscono? Ci siamo dimenticati i suicidi degli imprenditori? Si sono suicidati i piccoli imprenditori per via dell’articolo 18?
Le piccole e medie imprese non crescono perché si devono tenere sotto i 15 dipendenti. Sapete che non è vero e basta vedere le medie: la media dei dipendenti nelle piccole e medie imprese in Italia è di tre, quattro, cinque; se il problema fosse l’articolo 18 sarebbero 12-13, si fermerebbero appena sotto il numero il limite di 15 dipendenti.
È colpa dell’articolo 18, evidentemente, che non arrivano gli investitori in Italia. Non è colpa della corruzione? .È di oggi la notizia che Galan, che era innocente, adesso ha patteggiato; e chi tenta di concorrere in un appalto come il MOSE, con tutto quello che è accaduto in questo Paese sulle grandi opere?
È colpa dell’articolo 18, dei lavoratori, di questi privilegiati, se non ci sono investimenti in questo Paese? O non è colpa forse del fatto che la criminalità organizzata gestisce gli appalti ed è ormai penetrata nel settore? Basta farsi un giro qui intorno! È colpa dell’articolo 18, o piuttosto del fatto che non si viene qui a discutere, perché qui si cambiano le regole continuamente, come sul mercato del lavoro, dove le regole si cambiano ogni due anni o ogni anno? Tutto questo ha mai prodotto un posto di lavoro in più? Stiamo sprofondando! Abbiamo rubato il futuro ai giovani ed oggi il ministro Poletti è venuto a dirci come siamo arrivati a questo punto; siamo noi a dover chiedere come siamo arrivati a questo punto!
Ci saremmo aspettati che si affrontasse la questione degli ammortizzatori sociali, alla quale si è fatto solo cenno. Un Governo che avesse voluto davvero cambiare e produrre un miglioramento per le condizioni di vita delle persone, sarebbe dovuto venire qui e fare delle proposte: avremmo trovato il modo per dare anche il nostro apporto, con la nostra proposta sul reddito, sulla quale fare magari una discussione seria.
Così si guarda all’Europa, non si omaggia la Merkel facendogli portare oggi il cadeau del jobs act, che all’inizio era stato presentato addirittura come il piano per il lavoro; oggi ci troviamo, invece, un piano per la distruzione della tutela dei diritti del lavoro.
Volete cancellare in realtà anche quel poco che è rimasto dell’articolo 18, forse è l’omaggio – questo sì tutto ideologico – a chi vuole fare del mercato evidentemente l’unica forza, l’unico potere regolatore e pensa che la stessa democrazia debba sottostare non alla legge, ma al mercato, mentre la Costituzione, come sapete perfettamente, ci dice l’opposto. L’articolo 18 è figlio di quell’articolo 41 della nostra Costituzione che dice che l’iniziativa economica è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, né recare danno alla libertà o alla dignità umana. L’articolo 18, appunto, è figlio anche dell’articolo 41, perché vuole limitare l’arbitrio, non la libertà di impresa; vuole difendere i lavoratori dai soprusi. Evidentemente solo chi non ha mai avuto a che fare con il lavoro, dovendo sottostare ad un datore e sopportare spesso – non sempre – anche l’umiliazione, può affermare che l’articolo 18 è un privilegio.
Non si sopporta evidentemente dell’articolo 18 proprio il concetto di «giusta causa», perché sancisce che il rapporto di lavoro non è solo un fatto privato e che i lavoratori non sono una merce di proprietà di qualcuno, perché quell’articolo garantisce la libertà e la dignità. È da quelle lotte – lo dico ai colleghi del Partito Democratico – che la sinistra è nata, per difendere i lavoratori e i diritti del lavoro, nella piena consapevolezza che nel rapporto tra diritti dei lavoratori e libertà stava l’elemento che poteva innescare la trasformazione sociale: è da lì che sono venuti anche l’ansia e le lotte per tutti gli altri diritti.
In più, Presidente – me lo lasci dire – si parla di modernità, ma questa non è modernità: questo è tornare indietro, cancellando i diritti conquistati in cambio di nulla, di vaghe promesse. Questa strada porta però ad un vicolo cieco: voi vi state assumendo la responsabilità di decidere su che cosa questo Paese punta la competitività e la sfida economica. Forse sul basso costo del lavoro? Che cos’è il demansionamento? In questo modo la competitività con chi la facciamo? Con il Bangladesh?
La competitività, l’innovazione e la modernità significano la possibilità di fare uscire questo Paese dalla crisi; significano investire nell’innovazione, nella ricerca, nell’economia, nella conoscenza. Non facciamo la competizione con la Cina. La Cina, secondo una notizia di qualche giorno fa, ha stanziato 84 milioni di dollari sulla tecnologia, sull’innovazione, sulla ricerca, perché tutti sanno che la competitività si fa su questo. La competitività la otteniamo con salari che in questo mondo globalizzato sono di 2 dollari al giorno? Pensate che questa sia competitività? La competitività si fa sulla qualità, sul progetto, sulla possibilità di investimenti.
Alla Merkel non si porta il jobs act. Alla Merkel bisognava dire non che la Francia ha ragione, ma che noi d’ora in poi – questo sì che era l’atto coraggioso e non l’omaggio – sfidiamo tutti, che supereremo il pareggio di bilancio e cominceremo ad investire, a fare gli investimenti per far risorgere questo Paese. Questa è la modernità.
Signor Presidente, mi lasci dire che la sinistra era nata per questo. Chi dice oggi di essere rappresentante di una sinistra moderna in questa accezione, caro Presidente, semplicemente non ha più nulla da spartire con la sinistra. Ma noi continueremo la nostra battaglia, che non sarà finita con il voto di questa sera. Continueremo non solo ad opporci, ma a costruire la possibilità che possa rinascere una sinistra dei diritti per il futuro di questo Paese, perché noi vogliamo bene a questo Paese e a tutti coloro che in questo Paese oggi stanno soffrendo.

Loredana De Petris
Capogruppo al Senato Misto-Sel