Bisogna passare dall’austerità al New Deal sociale ed ecologico


I fallimenti dell’Europa liberista e dei nostri governi

Nell’ultimo anno e mezzo i governi Letta e Renzi hanno messo in campo una politica economica nel segno della continuità con quella del governo Monti e con quella della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale: la politica dell’austerità. Questa politica è stata infatti declinata in Italia non solo con l’ossequio formale e sostanziale ai vincoli del fiscal compact e del pareggio di bilancio, ma con la realizzazione di misure dal segno regressivo ed antipopolare.

C’è una battaglia che va condotta fino in fondo in Europa: per cambiare gli indirizzi di queste politiche e capovolgere il fiscal compact nel social compact e l’austerità nella crescita, nello sviluppo e nella redistribuzione della ricchezza. Le politiche di austerità sono state fallimentari sia sul fronte della riduzione del debito pubblico (passato in Europa in media dal 66% all’inizio della crisi al 92,6% attuale), sia sul versante del rilancio della crescita. In Italia il PIL è diminuto dall’inizio della crisi di oltre 10 punti e la capacità produttiva è scesa di oltre il 25%. Vi sono poi le condizioni sociali, aggravatesi drammaticamente: i disoccupati in Europa (oggi all’11,6%) sono aumentati del 40% dall’inizio della crisi. L’eurozona non ha ancora recuperato i livelli di redditi del 2008. Le politiche dell’austerità in Europa sono state un fallimento: hanno fatto aumentare il debito pubblico ed i disoccupati, hanno fatto diminuire il PIL e hanno fatto sprofondare l’economia europea nella recessione ed in una depressione dal lungo periodo. La situazione rischia, inoltre, di diventare drammatica per la spirale deflattiva che in molti paesi indebolisce i salari e i redditi e fa aumentare il debito. Oggi nell’eurozona l’inflazione è nominalmente allo 0,4%, ma di fatto siamo già in deflazione.
Nonostante le roboanti intenzioni del governo Renzi in queste prime settimane di presidenza italiana del semestre europeo, poco è cambiato. Nessun margine concreto è stato concesso: né la rottura dei vincoli del fiscal compact né il più limitato scorporo dal conteggio del rapporto deficit/pil delle risorse dedicate agli investimenti, né l’introduzione degli eurobond per sostenere la crescita né l’ampliamento del ruolo della BCE come vera banca centrale con una politica monetaria più aggressiva. Quello che si è adombrato, fino ad ora, è l’utilizzo dei margini già esistenti nelle regole del patto di stabilità e un assai limitato rallentamento (dello 0,25%) nel raggiungimento del pareggio di bilancio rispetto ai tempi previsti. Troppo poco -anche se si dovesse realizzare- per invertire la rotta. I 300 miliardi di investimenti promessi dal presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker sono un enunciato sulla carta, senza alcun riscontro formale in alcuna decisione e iniziativa. Le aperture di Draghi di questi giorni -più investimenti in cambio di riforme e tagli alla spesa- appaiono ancora troppo deboli e oltretutto non condivise da una parte della BCE e dalla Commissione.
Va ricordato ancora una volta: non sono tanto il deficit ed il debito che impediscono la crescita e l’occupazione (come dicono i neoliberisti), ma è la mancanza della crescita e del lavoro a causare l’aumento del deficit e del debito (come affermano gli economisti keynesiani e progressisti).
Le attuali regole del fiscal compact sono incompatibili con la fuoriuscita dalla crisi economica attuale e con la necessità di un rilancio della crescita e del lavoro.
Ecco perché SEL sostiene la proposta dei referendum abrogativi di alcune disposizioni della legge 243/2012 che recepisce la disposizione costituzionale del pareggio di bilancio e promuove la raccolta di firme per il progetto di legge di iniziativa popolare di abrogazione delle modifice dell’articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio.

Le politiche di austerità dei governi italiani
I governi italiani -prima Monti, poi Letta e ora Renzi- hanno declinato le politiche di austerità nelle scelte concrete di politica economica e del lavoro: la riforma delle pensioni (con la Fornero), il taglio della spesa pubblica (quasi 50 miliardi nei prossimi due anni, come previsto dall’ultimo DEF), la ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro (con le misure del Ministro Poletti, il decreto sul lavoro e il Jobs Act), il piano massiccio di privatizzazioni (Poste, Enav, Eni, Finmeccanica, servizi pubblici locali, ecc.) previsto dal governo Renzi; il crollo degli investimenti pubblici (ulteriormente ridotti nelle previsioni dell’ultimo DEF), l’assenza di una politica industriale che sta portando alla fuga dei grandi gruppi e al declino del nostro sistema produttivo. Si tratta di indirizzi (privatizzazioni, flessibilizzazione, taglio della spesa e del ruolo dello stato, ecc.) e misure specifiche tutte dentro il paradigma ideologico delle politiche neoliberiste dell’austerità.
Le ricette per rilanciare l’economia sono le solite e fallimentari: tagli alla spesa pubblica per finanziare in parte tagli alle tasse e destinare quello che rimane agli investimenti. Così l’economia non riparte e non si argina la disoccupazione. Non è vero che l’Italia abbia una spesa pubblica abnorme (a parte la spesa per gli interessi sul debito): non è più alta di quella di altri importanti paesi europei. Ed in questi anni è stata drasticamante ridotta e lo sarà ancora di più nel 2015 e nel 2016. Inoltre, la spesa pubblica italiana è inferiore alla media europea in alcuni comparti fondamentali: l’innovazione e la ricerca, la scuola e l’università, le politiche per i giovani e le famiglie.
Da un punto di vista macroeconomico l’impatto alla crescita del decreto sugli 80 euro è nullo, anzi è negativo se considerato insieme agli effetti dei tagli alla spesa pubblica. Si è trattato di una limitatissima distribuzione di risorse al 25% dei contribuenti italiani. Importante, ma non sufficiente ad alleviare le condizioni sociali e a far ripartire l’economia. Va ricordato che il moltiplicatore della crescita degli investimenti pubblici è di 3-4 volte superiore a quello del taglio delle tasse. Una buona spesa pubblica fa crescere l’economia, crea posti di lavoro e favorisce lo sviluppo. Nell’accecamento liberista del governo Renzi, invece, la spesa pubblica è solo da colpire e la “spending review” (revisione della spesa), si è trasformata in una “spending cut” (taglio della spesa) che colpisce e colpirà -anche con le misure del governo attuale- gli enti locali e le regioni, il pubblico impiego, gli investimenti pubblici. Stesso accanimento liberista è stato particolarmente evidente sulle politiche del lavoro che sono state -cone le misure di Poletti- essenzialmente politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro. Quello che è stato fatto da questo governi è di creare condizioni di maggior favore per gli imprenditori per assumere e licenziare (e ora viene riproposta la questione dell’art. 18), rispettare ancora di meno le tutele e godere di ulteriori benefici fiscali per i contratti di lavoro. Sono ricette fallimentari già sperimentate in questi anni che non hanno creato più posti di lavoro, ma solo più posti di lavoro precari.
Il governo Renzi pensa che la crescita e la ripresa dell’economia saranno trainate dalle riforme strutturali del sistema politico ed economico: la riforma elettorale e costituzionale, la sburocratizzazione della pubblica amministrazione, la ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro, le privatizzazioni del settore pubblico, ecc. Alcune di queste riforme sono sbagliate, ma anche quelle giuste -che naturalmente servono- poco possono incidere sulla crescita. Solo una politica di sostegno della domanda, cioè solo una politica degli investimenti pubblici e privati rivolta ai settori cruciali per la ripresa (l’innovazione tecnologica e scientifica, l’infrastutturazione sociale e pubblica, la riconversione del sistema industriale, la qualità sociale ed ecologica delle produzioni, ecc.) può dare una speranza concreta all’Italia di riprendersi.
Nella sostanza, le politiche del governo Renzi sono in continuità con quelle del passato (con qualche apparente riverniciatura di redistribuzione, falso dinamismo anti-burocratico, un po’ di innovazione a buon mercato) che privatizzano il settore pubblico, danno l’ultima parola al mercato, precarizzano il lavoro, tagliano la spesa (anche dove non andrebbe tagliata) e riducono il ruolo dell’intervento pubblico. Sono politiche fatte in gran parte di annunci, di piccole novità ad uso mediatico e di nessun effetto economico e sociale (come già si vede da dati macroeconomici di questi mesi), di abbandono del sistema industriale al suo declino e alle logiche corporative e affaristiche del mercato, di micro-misure inefficaci. Manca una politica della domanda. Manca un’idea di politica economica diversa da quella che ci ha portato a questa crisi: e manca perché anche il governo Renzi continua ad essere prigioniero delle politiche di austerità europee.

Le alternative possibili e concrete
Va cambiato paradigma: una politica per la crescita e non l’austerità, una politica espansiva e non restrittiva, una politica dell’intervento pubblico e non del fondamentalismo di mercato, una politica del lavoro e non della sua precarizzazione, una politica della buona spesa pubblica e non della sua demonizzazione, una politica veramente redistributiva e non delle mance. 10 sono le scelte di politiche pubbliche e di politica economica che andrebbero costruite e che SEL propone.
Bisogna impegnarsi per cambiare le politiche europee ed in particolare per la ridiscussione dei vincoli del fiscal compact, per la rinegoziazione del debito publico per tutti i paesi in difficoltà, per la trasformazione del ruolo della BCE sul modello delle banche centrali nazionali e per una sterzata delle politiche europee verso la crescita, il lavoro, la coesione sociale. Serve un nuovo modello di sviluppo socialmente equo ed ecologicamente sostenibile, fondato sul lavoro, le pari opportunità ed i diritti e su nuove produzioni e consumi capaci di valorizzare l’innovazione tecnologica e la qualità sociale ed ambientale. Rilevante è la questione nel nuovo modello di sviluppo della conversione ecologica dei consumi e delle produzioni: in sostanza la riconversione ecologica dell’economia, dall’energia pulita alla mobilità sostenibile. A questo scopo è necessaria una politica industriale e degli investimenti pubblici alternativa al paradigma delle privatizzazioni e della centralità del mercato. Una politica fondata su uno Stato innovatore e su un intervento pubblico capace di rilanciare il nostro sistema industriale, l’innovazione tecnologica e scientifica, la qualità delle produzioni e dei consumi, la crescita ed un nuovo modello di sviluppo. Centrale per fare tutto questo è un programma straordinario di piccole opere: la messa in sicurezza delle scuole, il riassetto idrogeoligico del territorio, la manutenzione delle coste, la riqualificazione delle periferie delle grandi città: tutti interventi che in parte possono essere sostenuti grazie al buon uso dei fondi europei e in parte con la destinazione a questi interventi dei finanziamenti delle grandi opere che devono essere cancellate. Per fare tutto questo serve una intelligente politica della spesa pubblica – che può essere il volano della ripresa – in settori fondamentali come l’innovazione e la ricerca, la scuola e la formazione, le opere pubbliche e la cura del territorio. Proprio questi interventi ed investimenti fondati sull’idea di un Green New Deal possono essere lo strumento di un piano del lavoro straordinario, capace di creare centinaia di migliaia di nuovi posti in poco tempo grazie ad ruolo propulsore dello Stato e degli investimenti nelle nuove produzioni e consumi e per dare risposta ai tanti bisogni sociali insoddisfatti di questo paese. Lo Stato però -accanto alla promozione di un piano del lavoro- deve essere capace di garantire non come forma di assistenza, ma di cittadinanza un reddito minimo per tutti di carattere inclusivo come riconoscimento dei diritti fondamentali di benessere e di tutela delle condizioni materiali di tutti. Misura che può essere realizzata attraverso una politica di giustizia fiscale che sia incentrata su due tre pilastri: una più dura lotta all’evasione fiscale, lo spostamento delle tasse dal lavoro e dalle famiglie alle ricchezze e alle rendite. Ecco perché propniamo l’introduzione di una vera tobin tax e di una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze mobiliari ed immobiliari. Nello stesso tempo è necessario rilanciare e riqualificare -anche attraverso il ruolo degli enti locali e delle regioni- un welfare dei diritti soprattutto in quei settori dove l’Italia è drammaticamente indietro rispetto agli altri paesi europei: i giovani, la famiglia, la casa, le pari opportunità. Queste politiche possono essere finanziate con la riduzione delle spese militari e del programma degli F35. Infine, determinante è l’investimento nella scuola, formazione e ricerca, snodi fondamentali di un’economia di qualità e ad alta competenza e tecnologia, capace di confrontarsi con le altre economie mondiali, di innovare e di creare opportunità per le imprese ed il lavoro.
Servono scelte cioè fondate sulla promozione di politiche pubbliche, di politiche della domanda, di politiche del lavoro e di politiche espansive alternative a quelle dell’austerità fondate sui tagli della spesa, la precarizzazione, le privatizzazioni e che alimentano solo la stagnazione, la spirale deflattiva, la depressione economica, la perdita di capacità produttiva delle imprese e la disoccupazione. Bisogna passare dall’austerità al New Deal sociale ed ecologico.

Documento sulla situazione economica approvato dal Coordinamento nazionale di Sel