Basilicata, necessario costruire una sinistra capace di rappresentare le trasformazioni della società

Lo spazio che abbiamo tentato di aprire attraverso il congresso mantiene tutta la sua attualità: non è messo in discussione né dalla mancata elezione di un rappresentante di Sel in seno al Parlamento Europeo, né dalla straordinaria affermazione del PD di Renzi sul piano nazionale.
La non vittoria di Italia Bene Comune ha determinato il farsi largo della riconferma di Napolitano e la riproposizione delle larghe intese, sia nella versione lettiana, sia nella successiva interpretazione renziana. Certo il successo elettorale rafforza la posizione del premier ma non fa venir meno la natura della coalizione che lo sorregge. Né è venuto meno lo scenario intergovernativo e le larghe intese come forma che le classi dominanti, a livello europeo, sembrano essersi date per la gestione della crisi.

Nel congresso avevamo detto di riconoscere il ruolo che avrebbe potuto svolgere – come punto di riferimento di una svolta della socialdemocrazia europea – Martin Schulz che rilanciava da sinistra il progetto di Unione in discontinuità con la lunga stagione del liberismo, e che lo stesso avrebbe potuto “accompagnare il socialismo europeo a voltar pagina”. Abbiamo quindi deciso di fare nostro lo spirito della candidatura di Alexis Tsipras, provando a interloquire con le culture di sinistra che criticavano le politiche dell’austerity, a partire da un patto di stabilità sociale fondato su un social compact in grado di rilanciare occupazione e reddito minimo, passando per un green new deal fondato sulla riconversione ecologica della economia e della società, giungendo a una effettività dei diritti umani, civili, dei migranti e di cittadinanza.
Tali scelte, al di là delle rappresentazioni di comodo, sia al nostro interno che all’esterno, non sono state affatto un’ambiguità, bensì il frutto di una elaborazione e di un percorso politico condiviso in uno scenario in continua evoluzione.
Lasciare il partito e intraprendere un rapporto di supporto del Governo Renzi, se pur legittimo, è per noi un errore. Essere una sinistra autonoma e di governo, in grado di poter svolgere un ruolo di opposizione chiaro a partire dai contenuti, non significa relegare Sel a un soggetto residuale e identitario, né è possibile tacciarlo di soffocare il confronto o, peggio, il dissenso. Riteniamo che la diversità sia un valore in un soggetto che mira – in direzione ostinata e contraria – a emanciparsi dal pensiero unico incarnato dal liberismo e ad avanzare una proposta di uscita dalla crisi che presupponga un governo egualitario, pacifico e democratico delle risorse.
Il gruppo dirigente ha coerentemente praticato la linea emersa dal congresso concorrendo in maniera decisiva e determinante all’affermazione dell’Altra Europa con Tsipras: se ‘ha peccato’ non lo ha fatto per aver asfissiato il dibattito interno, ma per aver ricercato – sempre e a tutti i costi – una mediazione, la quale se da un lato “ha evitato gli schizzi di sangue” ha dall’altro, suo malgrado, prodotto gli esiti del post voto sul decreto Irpef. Un decreto che – è bene chiarirlo una volta per tutte – non contiene in sé nessuna reale ed effettiva redistribuzione della ricchezza, né contiene alcun provvedimento anticiclico, a partire da quegli 80€ che, lungi dal configurarsi come redistribuzione dall’alto verso il basso, rappresentano solo un passaggio orizzontale, in quanto sottratto alla spesa sociale (come ha ricordato Airaudo, siamo di fronte a capitale già ‘lavorato’).
Le proposte di mediazione, il loro rifiuto e il “non voler fare prigionieri” hanno prodotto, di fatto, l’attuale situazione, perché quelle convergenze sono avvenute su di un solo terreno che era appunto quello che si voleva scongiurare. Se non è possibile che il gruppo parlamentare possa modificare la linea del partito – cosa che genera progressivamente un distacco dei rappresentanti istituzionali e dello stesso gruppo dirigente complessivo dalla base e dall’elettorato – non è neppure immaginabile, allo stato, riprodurre tutte le possibili varianti, anche al nostro interno, delle due sinistre sotto qualsiasi declinazione o forma.
Nel confermare la fiducia al gruppo dirigente dimissionario e a Nichi Vendola, non possiamo non chiedere un percorso chiaro al partito. Non solo una sua maggiore organizzazione sul territorio, ma una linea e una formula concreta e tangibile di rilancio della costruzione della sinistra nel nostro paese e in Europa: progetto di cui Sel doveva e dovrà essere il seme. Il coordinamento, l’organizzazione del partito e il capogruppo dovranno essere espressione riconoscibile del percorso politico che abbiamo inteso intraprendere, in linea con un esplicito e netto ruolo di opposizione alle larghe intese incarnate dall’attuale governo.
Mai come oggi, in un quadro sociale ed economico che ci riconsegna livelli di disoccupazione ai massimi storici, è necessario costruire una sinistra capace di rappresentare le trasformazioni della società e declinarle in una proposta politica chiara e in netta discontinuità con le politiche economiche che tuttora vengono propinate come le sole ricette possibili per uscire dalla crisi: ulteriore precarizzazione del lavoro, smantellamento dei diritti e delle tutele sociali, riduzione del welfare. Se questa è la sinistra cui alcuni guardano affascinati noi preferiamo, alla resa e alla rassegnazione, il conflitto.

Maria MURANTE