Un tetto alle retribuzioni dei top manager pubblici e privati. La proposta di Sel

Con una proposta di legge già avviata alla Camera Sinistra Ecologia Libertà introduce un tetto alle retribuzioni dei top manager.Non solo pubblici.
E’ ormai un dato di fatto la crisi è alimentata dalle diseguaglianze e l’Italia è uno dei Paesi più diseguali d’Europa. Il Paese dei paradossi in cui mentre le aziende chiudono, gli stipendi dei supermanager lievitano, senza termine di paragone né con le retribuzioni dei loro dipendenti né con i risultati della loro attività;e ancora il Paese in cui mentre nel periodo di astensione di maternità alle donne viene negato il premio di rendimento,le retribuzioni dei top manager sono slegate dallo stato di salute dell’impresa.
Sarebbe riduttivo catalogare tali paradossi nella rubrica delle ingiustizie insopportabili. Anche, ma non solo.
La Commissione d’inchiesta americana sulle cause della crisi del 2008 ha individuato nell’aumento esponenziale delle retribuzioni nel settore finanziario degli anni 80′ una concausa dell’allontanamento della finanzia speculativa dall’economia reale: nelle banche d’affari il premio alla redditività immediata di gestione ha incentivato emissioni sconsiderate di prodotti derivati senza valutare il rischio connesso.
Mettere un tetto quindi è una scelta di giustizia,è una scelta politica ed anche economica.
In questi giorni si è molto parlato del tetto alle retribuzioni dei dirigenti della Pubblica amministrazione. Ne ha parlato il Governo ne hanno parlato i media. Ma sarebbe un errore politico limitare lo sguardo alla P.A:per il senso comune e per gli effetti sul sistema economico del paradosso tutto italiano . Nel 2012 i massimi dirigenti bancari e assicurativi italiani hanno incassato in media stipendi 42 volte superiore a quello degli impiegati. Per Enrico Cucchiaini di Intesa Sanpaolo, il rapporto è stato addirittura di 108 a 1. Federico Ghizzoni di Unicredit ed Enzo Chiesa di Bpm hanno ricevuto retribuzioni superiori alla media rispettivamente di 82 e di 80 volte. Secondo una tabella elaborata dall’«Economist» i nostri CEO – ossia i capi azienda – sono i più pagati tra quelli dei 22 Paesi presi in considerazione, con ben 957 dollari l’ora, il numero 1 è Sergio Marchionne, il numero due è il vicepresidente di Luxottica. I Ceo tedeschi ne guadagnano poco più della metà, 546, più o meno come quelli francesi (551), mentre gli inglesi arrivano a due terzi (616). Tutto ciò mentre l’Italia figura fra gli ultimi posti in Europa per il livello medio delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti. È alla pari con l’Ungheria e peggio, oltre ad altri tre Paesi dell’est (Romania, Ucraina, Russia), sta solo la Spagna.
Dopo la spending review ,alla vigilia del Def,mentre l’italia declina, la disoccupazione cresce e per far quadrare i conti degli 80 euro in più in busta paga vengono prospettati tagli lineari, è dunque un dovere aprire pubblicamente la discussione sull’argomento a tutto campo.
Con la nostra proposta di legge aumentiamo il potere decisionale e di controllo degli azionisti e vietiamo alcune forme di remunerazioni degli amministratori e dei dirigenti apicali: saranno le assemblee dei soci a stabilire con trasparenza i compensi dei manager e non i CdA. Proponiamo di vietare ai manager contratti di consulenza da parte di altre società controllate o controllanti della società di cui sono amministratori. Niente più bonus né retribuzioni anticipate, né premi per acquisizioni e vendite. Al momento della cessazione del rapporto potrà competere solo un’indennità adeguata alla retribuzione fissa, nella misura di un dodicesimo per ogni anno di durata della carica.
Proponiamo che il limite dei compensi dei manager delle società controllate dalla pubblica amministrazione (il riferimento è al Primo presidente della Corte di cassazione, circa 300.000 euro lordi) si applichi a tutte le società partecipate dallo Stato e che lo stesso valga per il cumulo degli incarichi eventualmente ricoperti nelle società.
Prevediamo un limite anche ai compensi corrisposti da società private sovvenzionate dallo Stato, come le grandi testate giornalistiche, ai propri dipendenti: gli importi non potranno superare i due terzi del trattamento economico del Primo presidente della Corte di cassazione pena la perdita dei finanziamenti statali.
Perchè abbiamo il dovere di passare dalle parole ai fatti: senza equità e una nuova etica pubblica l’Italia non uscirà dalla crisi.

Titti DI SALVO
Vicepresidente Vicaria gruppo Sel alla Camera dei deputati