Fratoianni: partiamo dal lavoro, costruiamo una prospettiva per l’Europa


La grande marcia di governo di Renzi si muove veloce, tocca con abilità comunicativa ogni punto della tastiera, ma nei fatti che contano comincia con un passo sbagliato. Un passo sbagliato proprio sul nodo attorno a cui misurare il cambiamento, quello da cui si può capire se siamo ad un cambio di rotta o se invece, semplicemente, si corre laddove prima si camminava, ma sempre nella stessa direzione. Il passo sbagliato è quello sul lavoro.

Il decreto sui contratti a termine e l’apprendistato, si pone in stretta continuità coi provvedimenti del governo Monti e li peggiora. Su questo terreno i lavoratori, in specie i giovani e le donne, hanno conosciuto in questi anni solo arretramenti e il centrosinistra ha già pagato, sul piano politico ed elettorale, un prezzo salato di credibilità. Prevedere un lavoro a termine senza causale, prorogabile per ben otto volte in tre anni e senza garanzia di assunzione, svilendo per di più la formazione nell’apprendistato, altro non vuol dire che tramutare la flessibilità in precarietà. E come abbiamo visto in questi decenni ogni forma di precarietà nel lavoro diviene in fretta precarietà esistenziale nella vita delle persone. Questo è successo finora e questo continuerà a succedere con il decreto del governo.
La flessibilità non crea occupazione, né aumenta la produttività. Oltre che umiliare il lavoro abbassa la stessa qualità produttiva dell’impresa. Ci muoveremo in Parlamento per cambiare alla radice il decreto partendo da un’altra logica. Quando parliamo di lavoro, e lo facciamo in un paese ormai primo in Europa per disoccupazione giovanile e con squilibri insostenibili tra nord e sud, il punto da cui partire è come far crescere la domanda di lavoro. Il passo giusto che il governo avrebbe dovuto compiere è qui. Quando parliamo di lavoro – del valore e della dignità, della quantità e della qualità – dobbiamo aver chiaro che il nodo non sta prima di tutto sul terreno delle regole e neppure su quello dell’economia. Il terreno su cui si vince o si perde la sfida globale sul lavoro si gioca tutto sulla politica. Se non si parte dalla politica, cioè se non parte l’Europa politica, nessuna forma economica sia pure di segno diverso dalla ricetta fallimentare dell’austerità segnerà l’inversione di rotta. E’ la cruda lezione della crisi a dircelo.
Ci potrà essere crescita – e vorrei dire crescita sostenibile, crescita di qualità nuova attraverso una riconversione ecologica della produzione e del consumo – se il lavoro torna ad essere centrale in tutta Europa. Se misuro la distanza tra questa dimensione della sfida e il continuismo con le politiche fallimentari del passato che il decreto del governo fa proprie, colgo il valore e la potenzialità delle critiche di merito che ad esso viene mosso da diversi esponenti del Partito Democratico come Fassina, Civati, Damiano. E’ qualcosa che mi interessa, di più: che ci riguarda , lontani e distanti come siamo da ogni facile tatticismo. Ci interessa e ci riguarda sia per cambiare di segno al decreto in Parlamento, sia per costruire in prospettiva uno spazio di confronto sui contenuti del cambiamento del paese, proprio a partire dalle politiche del lavoro.
Noi siamo convinti che un confronto a sinistra sull’Italia è sempre di più un confronto sull’idea stessa di Europa, sulla via d’uscita così urgente e necessaria, così matura, tra una realtà politica prigioniera dell’ipoteca di grosse coalizioni ispirate a pratiche di governo liberiste e populismi antieuropeisti che prefigurano il ritorno alle anguste frontiere degli stati nazionali. C’è qui uno spazio comune possibile, praticabile a partire dal merito, dai contenuti – il lavoro in primo luogo – di quell’Europa politica che è la risposta vera tanto all’immobilismo di gran parte degli attuali governi di fronte alla crisi, quanto dei venti di disgregazione dell’idea comunitaria che soffiano minacciosi a ridosso delle elezioni.
Ne ha parlato bene Chiara Ingrao auspicando a sinistra un confronto “paritario e sereno” sull’idea di Europa. Lo stesso ha fatto Gianni Cuperlo proponendo una convenzione della sinistra. Condivido in pieno l’esigenza immediata di un confronto, come l’appello rivolto agli elettori del Partito Democratico affinché, nel rispetto della loro autonomia e differenza nell’espressione del voto, forniscano un sostegno per la raccolta di firme alla lista “L’altra Europa con Tsipras”. Ne trarrebbe vantaggio la democrazia e ci si misurerebbe, a sinistra, sugli argomenti e non sugli sbarramenti, viene giustamente detto. Noi, da parte nostra, avvertiamo il valore di un confronto e di un incontro che nella trasparenza e differenza delle idee e delle proposte assuma in sé il bisogno di una prospettiva da costruire dentro l’orizzonte di una nuova e diversa Europa. Per quanto la strada sia difficile, siamo pronti ad iniziare il cammino.