Conclusioni sull’indagine conoscitiva SEL sui sistemi d’arma

Con il finire della guerra fredda e della contrapposizione bipolare tra est e ovest, il quadro geopolitico è radicalmente mutato così com’è mutata la natura stessa dei conflitti.
Da una logica di potenza il conflitto è dunque passato a un altro paradigma, quello dello ‘scontro di civiltà’: la contrapposizione non avviene più tra Stati.
In questo nuovo paradigma s’inserisce la guerra al terrorismo che, inaugurata dagli Stati Uniti in seguito all’attentato dell’undici settembre, ha aperto le porte a una nuova stagione d’interventismo occidentale, iniziato con gli interventi in Iraq e nei Balcani.
La pace è dunque ancora oggi la questione fondamentale del nostro tempo. A livello globale si moltiplicano, infatti, piuttosto che diminuire, le guerre e i conflitti interni e transnazionali; si assiste all’avvitarsi della spirale guerra – terrorismo e al diffondersi di razzismi e fondamentalismi contrapposti.
Il terrorismo ad esempio, per la sua stessa natura, non è un fenomeno che si può combattere apertamente sul piano militare, con i tradizionali sistemi d’arma o magari con gli F35. Nella lotta al terrorismo, più utili paiono gli strumenti della diplomazia, della cooperazione internazionale, la cessazione delle ingerenze nelle dinamiche di altri Stati e la riduzione delle disparità tra nord e sud del mondo.
Improcrastinabile risulta quindi l’esigenza di definire un nuovo sistema di difesa che sia aderente alla realtà. Per cui, rispetto alle vere e reali minacce il Parlamento e il Governo devono mettere a punto la strategia di sicurezza nazionale e in base a questa decidere poi di quali sistema d’arma necessita il nostro Paese.
L’Italia mantiene un modello di difesa superato, investe in armamenti in maniera disarticolata e la sua spesa, contrariamente al trend dei suoi maggiori partner (Stati Uniti compresi), negli anni è aumentata.
Se analizziamo i rendiconti annuali approvati dal Parlamento dal 1948 al 2008 appare chiaro come la spesa militare – ad eccezione degli anni 1973 e 1974 – ha sempre avuto una crescita reale.
Nonostante la crisi iniziata nel 2008 e i tagli alla spesa pubblica, la spesa per il settore della difesa non diminuisce a differenza di altri settori quali la scuola o il welfare e fra il 2008 e il 2011, si registra un incremento di oltre un miliardo di euro in termini reali della funzione difesa nel bilancio dello Stato.
Eppure com’è stato dimostrato da una recente ricerca dell’Università Bocconi commissionata da Science for Peace, se invece che sulle armi s’investisse per esempio su sanità ed energie rinnovabili si raddoppierebbero i posti di lavoro e si aumenterebbe di una volta e mezza lo sviluppo economico in generale. Un motivo in più per razionalizzare lo strumento militare e liberare risorse per combattere la disoccupazione e la precarietà.
Inoltre è necessario affrontare il problema della burocrazia militare e della trasparenza. E’ necessario portare il tema della difesa, delle sue spese e dei suoi investimenti, sotto il giudizio e la conoscibilità dell’opinione pubblica senza che rimanga materia esclusiva degli addetti ai lavori.
In tal senso la mancanza di trasparenza e la rilevanza delle contrattazioni che avvengono al di fuori del controllo parlamentare ci obbligano a una revisione della struttura del Ministero prevedendo tra l’altro, una maggiore trasparenza anche nei rapporti fra burocrazia militare, imprese offerenti e mondo della politica, soprattutto per la prassi, ormai consolidata, che vede gran parte della burocrazia militare, dopo la pensione, andare a ricoprire posizioni di vertice nell’industria militare.
La riforma dello strumento militare non deve però avere soltanto obiettivi quantitativi ma anzi occorre una revisione delle struttura che adotti come metodo la necessità di individuare quali strutture sono realmente necessarie e la valutazione del loro impatto globale sulla spesa pubblica.
La Commissione Difesa, così come il Parlamento, non ha il potere di bloccare un programma di armamento poiché è soltanto possibile verificare se esso è confacente o meno alla programmazione pluriennale.
Molti Paesi europei hanno già deciso di intraprendere la strada dei tagli agli investimenti nella Difesa. È il caso della Germania che ha decurtato le commesse degli elicotteri NH-90 e Tiger, dei caccia Eurofighter e dei cargo Airbus; dell’Olanda che ha drasticamente tagliato la commessa per gli F-35 e della Francia che ha tagliato drasticamente le spese militari con il nuovo piano pluriennale di programmazione militare per il periodo 2014-2019.
L’indagine conoscitiva sui sistemi d’arma è un primo passo, ancora non sufficiente, al quale dovrà seguire, nel giro di pochissimi mesi, l’elaborazione di un Libro bianco, da non posticipare assolutamente alla fine dell’anno, come annunciato dal Ministro Pinotti
In particolare, alla luce delle considerazioni appena esposte, riteniamo sia opportuno interrompere i seguenti programmi d’armamento
1) cancellare immediatamente i programmi d’armamento finanziati con fondi iscritti al Ministero dello Sviluppo economico. Nello specifico sono fondi pari a 2,024 miliardi di euro solo per il 2014 e in particolare i sistemi d’arma in questione sono gli elicotteri NH 90, gli elicotteri CSAR, M 346, le fregate FREMM, le unità di supporto subacqueo, gli autoblindo Freccia. Sull’acquisto delle fregate FREMM (di dieci previste già otto sono state finanziate) si prevede uno stanziamento a carico del Ministero dello Sviluppo economico pari a 785 milioni di euro per il 2014, 778 milioni di euro per il 2015, 526 milioni di euro per il 2016 e 899 milioni euro a partire dal 2017 e fino al 2022. Le fregate FREMM andranno a sostituire le Fregate della classe Maestrale. Restano dubbi anche sul costo unitario delle fregate. L’Italia pagherebbe un costo più alto rispetto al partner di costruzione, la Francia.
2) cancellare l’acquisto della seconda serie di sommergibili di ultima generazione U-212, con un risparmio immediato di 200 milioni di euro per il 2014, a fronte di un investimento complessivo di 1885 milioni di euro.
Anche qui vale il ragionamento fatto per le fregate. I sottomarini del tipo U-212 andrebbero a sostituire quelli della classe Sauro.
3) cancellare la partecipazione italiana al programma del cacciabombardiere F-35 Joint Strike Fighter. 90 aerei il cui costo complessivo dovrebbe essere di 14,5 miliardi di euro e la cui cancellazione comporterebbe, solo per il 2014, un risparmio di 600 milioni di euro.
L’indagine conoscitiva ha confermato che il programma Eurofighter, (96 aerei in sostituzione di Tornado e AMX) è pienamente operativo e con importanti prospettive di sviluppo commerciale e tecnologico per l’Italia.
4) sospendere immediatamente il programma denominato Forza NEC, che prevede un investimento complessivo di 22 miliardi di euro. A oggi stati spesi circa 324 milioni di euro per allestire 558 prototipi di fanti. Per il progetto “Soldato Futuro” si prevede, infine, una prima tranche di 800 milioni di euro per la digitalizzazione della fanteria. L’indagine conoscitiva ha evidenziato i limiti di realizzazione di tale progetto nonché l’effettiva opportunità di dotarsi di queste innovazioni ultratecnologiche.

Campagna #NOF35