Un partito mediatico e contrario alla trasformazione. Il M5S, dove la percezione è più importante della realtà.


Potrei scrivere questo piccolo post parlando di Beppe Grullo e del Movimento Cinque Stallo, oppure – gonfiando le labbra di vis polemica – anche del Movimento Cinque Stronzi, oppure realizzare uno di quei fotomontaggi che vanno tanto in home-page sul blog beppegrillo.it; insomma potrei usare quella modalità infantile che critica i politici storpiandone i nomi, allungandogli i nasi o le orecchie, seguendo una tradizione di stampo francamente fascista e neo-fascista, e oggi invalsa ormai nelle nostre retoriche politico-giornalistiche, da Emilio Fede a Marco Travaglio a Dagospia, come retaggio probabilmente dell’influenza comune da un Indro Montanelli, diventato (per i disastri dell’antiberlusconinsmo) in anni recenti una specie di baluardo dell’informazione libera e della sinistra.
Potrei insomma commentare il casino parlamentare di oggi, ieri e l’altroieri, alzando semplicemente gli occhi al cielo, con un’indignazione esponenziale, per l’impeachment contro Napolitano, gli insulti alla Boldrini, i boia chi molla attribuiti alla tradizione risorgimentale, i siete entrati in Parlamento facendo i bocchini… Uno – il coram populo grillesco – dice: era una esasperazione legittima, una reazione. Difficile non essere d’accordo che mettere insieme nella stessa votazione Bankitalia e Imu era un mezza zozzeria, e che la questione Bankitalia (la rivalutazione delle quote) sia stata affrontata in modo discutibile nel merito e nel metodo. D’altra parte però è molto chiaro come la violenza pentastellata è tanto più forte mediaticamente quanto più è debole, inefficace, reazionaria, dal punto di vista della rappresentanza del conflitto politico.
Quest’ultima settimana in Italia, tanto per dire, è stata caratterizzata da almeno tre episodi politici rilevanti che avrebbero avuto bisogno di una presenza conflittuale forte. Uno è la vicenda Electrolux, sulla quale Grillo ha fatto la solita sparata antistatale, approssimativa, livorosa, da autobus nell’ora di punta: “L’Italia ha tra i più bassi stipendi d’Europa e il costo del lavoro più alto. Non è una contraddizione. Quasi tutto si perde per strada come in una conduttura bucata. Tra l’azienda e le maestranze c’è il pappone: lo Stato”. Fine dell’impegno.
La seconda è la vicenda dei migranti del CIE di Ponta Galeria che si sono cuciti le bocche in segno di protesta. Su questo teatro emergenziale, terribile, Grillo al solito è stato assente e muto. La sua retorica cianciona, gabibbesca, qui non funziona. Se si tratta di difendere gli indifesissimi, Grillo non si espone. Se uno cerca una qualunque dichiarazione di Grillo o qualcuno del Movimento Cinque Stelle in tutta questa legislatura a proposito di migranti e CIE troverà rarissime frasi elusive (nel migliore dei casi).
Il terzo luogo di impegno politico molto duro in cui uno avrebbe voluto che tutto il rumoroso afflato grillino si incarnasse in qualche forma progettuale è la Sardegna, dove si andrà al voto tra due settimane. Ma come si sa, l’M5S non presenterà una sua lista. Le spinte centrifughe sono tali che non hanno prodotto un candidato né la scelta di appoggiarne uno degli altri partiti. L’assenza di Grillo in Sardegna è significativa. Se uno legge vecchi suoi post sulla Sardegna si capisce il tentativo di sfruttare in maniera acritica l’indipendentismo come benzina antistatale senza avere idea di cosa sia la cultura sarda. Il problema è che oggi la Sardegna è una regione che attraversa una crisi sociale mostruosa, e la legge elettorale sarda consentirà anche a chi ha una maggioranza relativa di andare al governo della regione. I grillini avevano fatto il pieno nel 2013, incassando la valanga dei voti di protesta. Ma nel momento in cui andare al governo vuol dire rischiare – com’è chiaro – di governare una regione sull’orlo del collasso socio-economico, hanno pensato di ritirarsi. Di declinare le responsabilità, probabilmente per poter urlare dal giorno dopo le elezioni contro chiunque verrà eletto.
Sempre di più insomma, mentre oggi va alle Camere una proposta di legge elettorale che per essere eufemistici è fortemente lesiva del principio di rappresentanza, il Movimento Cinque Stelle ogni giorno come i Signori Grigi della favola Momo, si nutre della rabbia, del conflitto, del desidero di cambiamento nel Paese e lo trasforma nella platea di uno spettacolo circense.
Le analisi che quasi un anno fa elaboravano Wu Ming o Giuliano Santoro a proposito della strumentalizzazione del conflitto da parte di Grillo e Casaleggio si rivelano, ogni giorno in più della loro presenza parlamentare, esatte. I cattivi profeti avevano previsto la loro invasione simbolica, mentre nel paese reale i grillini sono assenti. Non partecipano agli scioperi, non si occupano di migranti, non fanno battaglie per le associazioni di genere, non difendono la scuola pubblica… e anche rispetto alle battaglie come la Tav o il Muos, la loro presenza è evanescente quanto l’accendersi e lo spegnersi di una telecamera. Il livello di elaborazione dei post di Grillo sul suo blog, l’unico luogo semiufficiale di discussione del MoVimento (perché la v maiuscola, mi cheido, per il Vaffa day?), è rimasto quello di cinque anni fa quando il leader sproloquiava come un blogger qualunque, preso dai fumi di una giornata storta, a compulsare video su facebook e su twitter e lanciare hashtag di #vaffanculo #acasa. L’idea di creare forme congressuali sembra totalmente peregrina. Il feticcio della partecipazione è sostituito ancora dai commenti dai punti esclamativi.
Se c’è un luogo politico dove si blatera di rivoluzione e veramente nulla muta, è proprio il Movimento Cinque Stelle.

Questo articolo è stato pubblicato su Minima&moralia il 31 gennaio 2014

Christian Raimo è scrittore, critico e consulente editoriale. Cura Minima&Moralia, divenuto negli anni uno dei punti di riferimento del dibattito letterario e culturale in Italia. www.minimaetmoralia.it