Un tre rosso per l’AltraEuropa possibile e necessaria – elementi per una proposta di Sel

Nubi dense si accumulano sul futuro dell’Europa. E non sono solo quelle dei proclami e della retorica populista proveniente da più parti nel nostro paese. Dal primo gennaio 2014 è entrato in vigore in Italia l’obbligo di rientro dal deficit e pareggio di bilancio, dovere costituzionale al pari del dovere di promuovere i diritti civili, economici, sociali. Come sarà possibile promuovere questi ultimi quando per rispettare il Fiscal Compact sarà necessaria una manovra economica di circa 50 miliardi di euro all’anno a partire da quest’anno? E chi più di un governo di larghe intese, oggi un un’ulteriore fase di metamorfosi, può assicurare la tenuta delle “compatibilità” come ebbe a dire assai chiaramente Mario Monti?
A breve, in campagna elettorale, ci troveremo a parlare di Europa sotto il peso della Spada di Damocle del Fiscal Compact, e non in teoria, ma nella pratica, nell’ulteriore sofferenza che ciò causerà a crescenti settori della popolazione. Ci troveremo di fronte alla retorica rassicurante del premier Letta, che ci spiegherà come ormai si stia uscendo dalla fase di austerità per entrare in quella della crescita, un premier che ingaggerà bracci di ferro con chi, come Olli Rehn (possibile candidato alla presidenza della Commissione per i liberali) , vorrebbe ancora di più, ma che in fondo non contraddirà gli impegni già presi. E che si troverà quindi di fronte ad una contraddizione irrisolvibile all’interno delle cosiddette “compatibilità”: quale fase di post-austerità sarà possibile se nei fatti la ricetta dell’austerità continuerà ad esigere conti sempre piu salati? Quale ripresa, e che tipo di ripresa sarà possibile accettando quel quadro? Basta guardare il caso dell’Irlanda di recente promossa dalla Commissione e quindi uscita dal programma di “salvataggio” se di salvataggio si può trattare visto che per avere 67 miliardi di euro in aiuti c’è voluto un taglio di 30 miliardi di spesa pubblica, nuove tasse ed una riduzione dei salari del 20%.
Come ebbe a dire Etienne Balibar in un suo lucido saggio di analisi sulla crisi dell’Europa, la questione centrale oggi non è solo quella della legittimità del progetto europeo attuale, ma quella della crisi della democrazia, ed in primis l’incongruenza di nefaste scelte di politica fiscale e macroeconomica. La nostra analisi e la nostra proposta sull’Europa dovranno assumere su questo trilemma, che in sommi capi richiama lo stesso trilemma praticato dall’economista Dani Rodrik, in un suo illuminante saggio sui paradossi della globalizzazione nel quale evidenzia come non si possono perseguire tre ipotesi, quella dell’accelerazione del modello liberista, quella di un recupero della libertà di manovra degli stati, quella della democrazia reale. Rodrik alla fine fa professione di fede sulla democrazia reale. Insomma, per poter articolare una proposta per l’altra Europa, quella dei diritti, della giustizia sociale ed ambientale, quella della prospettiva federalista, avremo necessità di sciogliere questo trilemma e mettere al centro non i mercati, né il ritorno agli stati nazione, ma – come Rodrik – la democrazia reale, transnazionale e cosmopolita.
Come farlo, in maniera da contrapporre al crescente euroscetticismo e antieuropeismo un’ipotesi plausibile, praticabile ed appetibile? Come resettare il software e ricostruire l’hardware di un’Europa giusta? “System reboot” dicevano quelli di Piazza Tahrir o di Zuccotti Square.
Anzitutto sarà imprescindibile praticare una critica radicale del Fiscal Compact, del Six Pack e di tutta quella strumentazione messa in campo dalla Troika, sotto la spinta potente della BuBa e di Berlino. Una critica di merito quanto di metodo che in termini politici nostrani si traduce necessariamente in opposizione al governo di larghe intese ed alle sue prescrizioni macroeconomiche, come del resto già fatto da Sinistra Ecologia e Libertà anche più di recente in occasione del dibattito parlamentare sulla legge di Stabilità.
Nel merito vale la pena collegare il tema dell’austerità a quello delle politiche sociali, o meglio sul come le politiche di austerità contribuiscono al definitivo smantellamento del modello sociale europeo. A tal riguardo un interessante dossier della socialdemocratica Friedrich Ebert Stiftung intitolato “Euro-crisis . Austerity policy and the European Social Model” fornisce importanti spunti di riflessione, a partire da una dura critica alle suggestioni del New Labour ed ai cedimenti della socialdemocrazia europea verso l’impianto ideologico neoliberista. Il rapporto della FES fa risalire la crisi del modello sociale europeo a prima della crisi 2008-2009, che in realtà altro non ha fatto se non rafforzare ulteriormente la tendenza alla liberalizzazione del modello sociale europeo. Il tema politico principale è che la dimensione sociale del processo d’ integrazione europeo è stata progressivamente marginalizzata, e così oggi l’indebolimento delle politiche sociali nei PIIGS ha ripercussioni anche sul resto dell’Unione. Va anche ricordato che la centralità delle politiche di austerità era già insita nel sistema di Maastricht, secondo il quale il debito è una colpa e va eliminato. Questo assunto ha portato ad una recrudescenza della crisi economica e trascinato l’Eurozona in una grave crisi sociale con conseguente minaccia a quel modello sociale europeo che in realtà dovrebbe essere una delle fonti di legittimità del processo di integrazione europeo. Per questo il mantra dell’austerità, che ha radici ben più profonde di quanto si possa immaginare, andrà scalzato anche e soprattutto in un processo ampio e partecipato di revisione dei Trattati.
La critica radicale al Fiscal Compact va attuata anche nel metodo, giacché oltre a perpetuare un modello senz’ anima, ma con i muscoli, pronta a schiaffeggiare i suoi figli presunti indisciplinati – i piccoli porcellini, i PIIGS – questa Europa dei governi opera le sue scelte in maniera elitaria, antidemocratica, nello spirito e nella prassi proprie dell’approccio intergovernativo come nel caso del Consiglio Europeo. Assenza di democrazia quindi, un ruolo marginale del Parlamento Europeo, un consolidamento dell’approccio intergovernativo dove chi ha più muscoli vince, e chi viene messo all’angolo continua ad essere picchiato senza pietà.
Insomma, l’Europa ordoliberista è la continuazione dell’inesistenza della democrazia con altri mezzi, ed in quanto tale in netta contrapposizione al progetto federalista di Altiero Spinelli, di un’Europa cosmopolita e solidale.
Allora, se così è, si dovrà partire da più democrazia, dalla democrazia reale, che strappa i veli delle compatibilità e le rimette in discussione. Un’Europa democratica, quindi, dove istituzioni europee si sottopongono al vaglio del Parlamento Europeo, che verrà dotato di maggiori poteri di indirizzo, iniziativa e controllo sulla Commissione e sui tavoli informali o meno che oggi determinano le direttrici di politica economica e finanziaria .
Davvero importante a tal riguardo potrebbe essere una recente risoluzione del Parlamento Europeo che sottolineando il problema della legittimità e responsabilità democratica all’interno dell’Unione monetaria esclude la possibilità di ulteriori accordi su base intergovernativa, nel tentativo di riaffermare il ruolo centrale del Parlamento come “presupposto indispensabile per qualsiasi passo in avanti vero l’unione bancaria, di bilancio, ed economica”. Un ruolo finora negato, visto che il Parlamento Europeo non può esercitare alcun tipo di controllo sulla Troika, l’European Financial Stability Forum o il Meccanismo Europeo di Stabilità. Su questo il Parlamento Europeo è netto: I vertici euro e l’Eurogruppo non sono legittimati a prendere decisioni riguardo alla “governance” dell’Unione economica e monetaria. Un importante passo in avanti forse, sul quale capitalizzare quando si aprirà la stagione di revisione dei Trattati, al fine di rendere le decisioni dell’Unione più rispondenti ai diritti dei suoi cittadini e cittadine.
Ammettere che la crisi dell’Europa sia dovuta ad assenza di democrazia reale, o forse alle conseguenze del processo incompiuto di integrazione, o meglio il fallimento dell’approccio funzionalista. non è sufficiente.
L’Europa di oggi porta in sé la bomba ad orologeria di nuovi autoritarismi, basti pensare al’Ungheria di Orban. O di uno sfilacciamento progressivo delle dinamiche e dialettiche democratiche all’interno dei suoi stati membri, dovuto al doppio impatto della crescente disaffezione – se non ostilità – alla politica istituzionale da parte di masse crescenti di popolazione, e dalla scelta di assetti politici quali le larghe intese o le GroKo, da una parte mirate a implementare pedissequamente le prescrizioni del Fiscal Compact, dall’altra a proteggere il benessere del popolo tedesco. (Ciononostante, va detto, per la stragrande maggioranza del popolo ucraino, l’Europa resta orizzonte preferito rispetto a rientrare nella sfera d’influenza politica e economica della Russia di Putin e del suo progetto di unione eurasiatica).
Sempre partendo dalla centralità del principio della democrazia reale, quella che chiedevano a gran voce gli indignados, ed i movimenti Occupy, e Blockupy Frankfurt per citarne alcuni, e spostando lo sguardo all’altra dimensione dell’Europa, quella esterna, internazionale, vediamo un’Europa che non ha esitato a sostenere governi liberticidi quali quelli di Hosni Mubarak o di Ben Ali, parlando di democrazia e condizionalità, rispetto dei diritti umani e della “rule of law”, guardando però dall’altra parte quando tali principi venivano tragicamente contraddetti nella pratica.
O che si mette il guanto di velluto della dolce retorica, quella dell’ambiente, della democrazia, dei diritti umani, per nascondere il pugno di ferro della liberalizzazione del commercio e degli investimenti. Sembra che l’anima liberista dell’Europa continui sulla stessa strada, ovvero liberalizzazione dei mercati, ammorbidimento dei vincoli sociali ed ambientali, e assoluta segretezza nei negoziati e nelle deliberazioni, tale e quale a ciò che sta accadendo nel negoziato per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) per la creazione della più grande area di libero scambio del mondo, tra UE ed USA. Un obiettivo che il governo Letta vuole conseguire nel corso della presidenza italiana dell’Unione nella seconda metà del 2014, e che va contrastato con forza e determinazione viste le possibile ricadute sui diritti e sull’ambiente.
In sintesi. è evidente che sia guardando dall’interno che all’esterno dell’Europa, crisi della democrazia e modello ordoliberista o neoliberista sono due facce della stessa medaglia e da tali vanno affrontate, e in alternativa alle stesse va prodotta una proposta politica conseguente.
Una proposta politica che riconosca il nesso inscindibile tra democrazia, diritti sociali, civili e di cittadinanza e politiche economiche e finanziarie eque e giuste, giustizia ambientale e tutela dei beni comuni. Una democrazia reale senza diritti di cittadinanza, senza il riconoscimento della centralità dei diritti civili rischia di rimanere una “imago sine re”; immagine senza sostanza. Un’ulteriore operazione di “maquillage” istituzionale e senz’anima. E quando si parla di diritti di cittadinanza, si parla anche di rimuovere le norme e le strutture che oggi fanno dell’Europa una “fortezza”, un muro invalicabile per migliaia di migranti pena la morte per annegamento nel Mediterraneo. Ogni progetto per un’AltraEuropa dovrà pertanto guardare sì all’interno dell’Europa ma anche al suo esterno, perché – come già detto – il cortocircuito tra neoliberismo e democrazia è una caratteristica non solo delle politiche interne dell’Unione ma anche della sua proiezione esterna.
Per tutte queste ragioni, nel pacchetto di proposte per un’altra Europa il tema della democrazia transnazionale e dell’Europa dei cittadini deve essere centrale. Resta però un punto da risolvere: come essere credibili, quando in realtà l’Europa, piuttosto che opportunità, viene vista come minaccia, alla propria esistenza, ai propri diritti?
Questo è il vero problema “politico”. Da una parte esistono dati che dimostrano come un’accelerazione verso l’Europa Federale può assicurare un aumento dei posti di lavoro. Ad esempio, in un recente saggio a cura della “Foundation for European Progressive Studies” intitolato “How can the EU Federal Government spearhead an employment-led recovery” ossia “Come un governo federale dell’Unione può incentivare una ripresa verso l’occupazione” si propone uno scenario di rafforzamento della struttura federale dell’Unione come via per sostenere un rilancio dell’occupazione, attraverso ad esempio, l’aumento del bilancio dell’Unione dall’1 al 4% del PIL Europeo entro il 2021, la possibilità di un modesto deficit fiscale a livello federale che non dovrà siperare lo 0,3% del PIL europeo, e di consequenza la necessaria creazione di un Ministro delle Finanze a livello federale.
Dall’altra, però, il tema dell’Europa Federale e degli Stati Uniti d’Europa rischia di diventare marginale, non compreso se non viene saldamente ancorato alle finalità stesse del processo di costruzione dell’Europa federale. Proprio nel momento nel quale in realtà la vera emergenza oggi è fare dell’Europa lo spazio comune nel quale promuovere politiche economiche e sociali che possano contribuire al miglioramento delle condizioni di vita materiali delle persone, pena la sua irrilevanza o definitiva perdita di legittimità.
Basta leggere alcuni brani dell’ultimo Euromemorandum 2014 per realizzare come, senza una forte proposta di giustizia sociale che sia fondata sul contrasto alle politiche di austerità, qualsiasi ipotesi di rafforzamento dell’Europa federale rischia di essere legittimamente percepita come un ulteriore problema piuttosto che una soluzione :”In assenza di una drastica inversione di rotta, qualsiasi proposta per l’ulteriore centralizzazione del potere nell’Unione va trattata con grande sospetto. Un balzo in avanti verso il federalismo potrebbe in linea di principio essere compatibile con una inversione di tendenza verso politiche economiche fondate sull’occupazione, ed il welfare, ma in pratica la centralizzazione finora occorsa, ha solo aumentato la pressione sull’impegno le condizioni di lavoro, i servizi sociali ed il welfare”.
Forse il termine centralizzazione in questo caso non aiuta a definire appieno l’effettiva natura del processo di costruzione di un’Europa federale, che superi il modello intergovernativo del semestre europeo o del Consiglio Europeo, e sia fondato su criteri e modelli realmente democratici e di solidarietà. Resta però il fatto che oggi senza un forte messaggio che metta al centro la dignità delle persone, i diritti e la giustizia sociale, ed il necessario abbandono dell’approccio ordoliberista, ogni ipotesi di Europa politica rischia di perdere ulteriormente di legittimità e “appeal”. Se non la sua stessa “raison d’etre”. Non a caso Juergen Habermas ci ricorda che l’essenza del progetto europeo è la protezione di un sistema di vita europeo dagli effetti nefasti della globalizzazione. Un sistema di vita che è caratterizzato dall’inclusione sociale, politica, e culturale e sostenuto da robusti welfare state.
Proprio per scongiurare quest’eventualità, una proposta politica credibile per l’Europa dovrà trarre la sua origine dalle condizioni di vita materiali delle persone, affondare le sue radici nelle contraddizioni e nella sofferenza che la crisi sta generando. Si pensi che secondo i dati della Croce Rossa Internazionale e di Oxfam, in Europa si prevede che entro il 2020 ci saranno 150 milioni di poveri! 1 cittadino dell’Unione su 4 oggi e in situazione di povertà ed uno su otto della forza lavoro disoccupato, un lavoratore su 5 precario. Oggi la povertà minaccia circa 150 milioni di persone, pari al 24% della popolazione. Di fronte a queste cifre, anche gli obiettivi del piano Europa 2020, ossia ridurre di 20 milioni il numero dei poveri entro il 2020 lascerebbero 95 milioni di persone in povertà.
La proposta politica di Sinistra Ecologia e Libertà dovrà pertanto essere caratterizzata da un mix di pragmatismo e idealismo. Il pragmatismo di impegnarsi fin da subito ai vari livelli, da quello nazionale a quello europeo per l’adozione di una serie di misure immediate per contribuire a affrontare le drammatiche ricadute sociali del modello di austerità. L’idealismo di costruire un’Europa federale, solidale, ancorata sulla democrazia reale e su ideali cosmopoliti.
Allora la proposta di SEL può essere definita in varie fasi.
La prima, immediata, caratterizzata da misure da sostenere e proporre a tutti i partiti progressisti, socialisti e ecologisti europei, nonché a sindacati e movimenti sociali, per intervenire sugli effetti socialmente nefasti della crisi, partendo dal rilancio delle politiche europee di welfare. Si può proporre un Patto di Stabilità Sociale come chiave di volta per affrontare a breve termine gli effetti devastanti delle politiche di austerità, ed a lungo termine ricostruire un sistema istituzionale democratico di governo dell’economia. Come già detto questo obiettivo non può prescindere da un lato dalla critica radicale e contrasto al Fiscal Compact e dall’altro dalla richiesta forte di stanziamento di fondi per un programma europeo di sostegno di emergenza sopratutto nei settori della sanità, e verso le categorie maggiormente colpite dalla crisi, anziani, giovani e bambini, ed un reddito minimo europeo.
Proprio il reddito minimo europeo può essere una delle chiavi di volta per il rilancio dell’Europa sociale, sempre più necessario a seguito dello smantellamento del welfare state a conseguenza dei tagli di bilancio. . Così se alcuni stati non hanno reddito minimo nei loro sistemi la maggior parte di quelli che lo hanno lo tengono ad un livello che va al di sotto della linea di povertà. Allora il reddito dovrà essere considerato diritto sociale fondamentale. Per farlo non si deve reinventare la ruota, giacché nelle due carte sociali europee e nella Carta di Nizza il “basic income” è già riconosciuto come diritto sociale fondamentale ancorato all’articolo 159 del trattato UE sulla coesione sociale.
A partire dal reddito minimo europeo, Sinistra Ecologia Libertà potrebbe recepire le proposte dei sindacati europei per un “Social compact”. Anzitutto in sede di revisione dei trattati dovrà essere accluso un protocollo sul progresso sociale, andranno introdotti strumenti democratici di gestione fiscale, e sanzioni per i paesi membri che ignorano le direttive europee di politica sociale. Nel breve termine andranno cambiare le regole fiscali, ed introdotto l’obbligo di valutazione di impatto sociale delle politiche di stabilizzazione ed aggiustamento, ad oggi non previsto. I governi dovrebbero essere poi svincolati dagi obblighi del Fiscal Compact ed il finanziamento dei deficit dei governi della Eurozona andrebbe mutualizzato attraverso l’emissione di Eurobond.
Per far ciò la Banca Centrale Europea dovrà diventare “prestatore di ultima istanza” e messa in grado di emettere Eurobond. Al contempo dovranno essere adottare misure fiscali quali una “vera” tassazione sulle transazioni finanziarie ed un sistema fiscale redistributivo fondato su una “patrimoniale” su scala europea. Che servano non solo a assicurare la giustizia fiscale ma anche a finanziare politiche di welfare, e rilancio della piena e buona occupazione attraverso programmi europei di conversione ecologica dell’economia e dei sistemi produttivi, quello che viene definito “Green New Deal”.
Debito finanziario e debito ecologico sono anch’essi facce della stessa medaglia, Per questo andrà proposto con determinazione un progetto radicale di conversione del sistema produttivo, che contribuisca alla costruzione dell’Europa attraverso la promozione e tutela dei beni comuni, acqua, cibo, salute, aria, saperi e non della loro mercificazione. Un’Europa ecologicamente giusta e sana, che abbandona la dipendenza dai combustibili fossili, per sostenere innovazione tecnologica e ricerca, fonti energetiche rinnovabili e su piccola scala, la conversione ecologica dell’economia, il superamento del concetto di crescita economia quantitativa ed illimitata. Il 2015 sarà un anno di grande rilevanza per la lotta ai cambiamenti climatici, tema paradigmatico ormai della necessità ormai non più rinviabile di un radicale mutamento di rotta. Per svolgere un ruolo chiave nel perseguimento di questo obiettivo, l’Unione Europea dovrà adottare politiche energetiche centrate sulle rinnovabili su piccola scala, l’efficienza energetica, il progressivo sganciamento dalla dipendenza dai combustibili fossili. Per far ciò sarà necessario proporre un Green New Deal, che sia centrato sull’equità e la giustizia ambientale e sul riconoscimento dell’inalienabilità dei beni comuni, assieme a modalità di gestione collettiva degli stessi.
Accanto alla richiesta di un pacchetto di misure immediate, per l’unione fiscale, per la separazione delle banche commerciali da quelle “speculative” (riprendendo ad esempio le raccomandazioni del Rapporto Liikanen del Parlamento Europeo) Sinistra Ecologia e Libertà potrebbe proporre di introdurre progressivamente – nel quadro della revisione dei Trattati – elementi di federalismo e democrazia reale nell’architettura politica, economica e finanziaria dell’Unione per ovviare a quel deficit di democrazia che rischia di far collassare definitivamente il progetto europeo. Proprio in tal senso, prioritaria sarà la proposta di rafforzamento del potere di iniziativa legislativa del Parlamento Europeo, di controllo e definizione del bilancio europeo, nonché l’introduzione di nuovi strumenti di democrazia diretta di tipo referendario che permettano ai cittadini e cittadine europee di partecipare direttamente alla definizione delle politiche europee, e recuperare quel “demos” così essenziale per il rilancio del progetto di un’altra Europa possibile. Un’Europa che deve anche guardare al proprio esterno come attore globale responsabile, in sostegno alla pace, alla solidarietà internazionale, alla tutela dei diritti umani, al disarmo.
La difficoltà con cui l’Unione Europea riesce a parlare con una sola voce indebolisce la sua capacità di agire come un attore globale. Sarà necessario pertanto dotarsi degli strumenti necessari per perseguire una politica estera comune quali ad esempio un forte corpo diplomatico europeo, ma soprattutto andranno ripensate le modalità con le quali l’Europa si relaziona con il resto del mondo. A partire dalle aree geografiche più vicine quali il Mediterraneo, ai Balcani, all’America Latina ed all’Africa. I processi di trasformazione in corso nel Maghreb hanno messo a nudo i limiti di una politica fondata esclusivamente sul contenimento dei flussi migratori e della liberalizzazione degli scambi commerciali e degli investimenti a favore delle imprese europee, a discapito della democrazia reale e dei diritti umani in quei paesi.
Come accennato in precedenza, lo stesso approccio funzionale perseguito al suo interno, viene perseguito verso l’esterno, nell’illusione che l’affermazione di un modello neoliberale possa assicurare benessere e diritti e dignità per tutti. Oggi questo approccio si è dimostrato fallimentare. E potenze e blocchi emergenti, quali l’America Latina ormai rivendicano verso l’Unione Europea il proprio diritto sovrano di imporre regole sociali ed ambientali ed a trattare a pari livello. Oltre ad un nuovo rapporto tra paesi del Mediterraneo e dell’America Latina e dell’Africa l’Unione Europea dovrà rielaborare le sue relazioni con gli Stati Uniti d’America. Il negoziato per il Partenariato Transatlantico per gli Investimenti ed il commercio non può diventare l’unico ambito nel quale ridiscutere le relazioni tra USA e UE, con conseguenti rischi per la tenuta del modello sociale europeo, e la tutela e promozione dei beni comuni. Per quanto riguarda l’Africa, la UE dovrà impegnarsi per contribuire alla pace ed alla soluzione pacifica e diplomatica dei conflitti, nel Sahel, come nei Grandi Laghi, ed in particolare nel Corno d’Africa oltre che in Medio Oriente, in particolare in Palestina e Siria.
L’Unione Europea deve svolgere un ruolo centrale nella cooperazione internazionale allo sviluppo, rilanciando un approccio fondato sui diritti fondamentali, sul partenariato ed il protagonismo diretto dei nuovi soggetti della cooperazione e non sul sostegno al settore privato ed ai partenariati pubblico-privati come pare emergere dalle strategie europee verso la Conferenza ONU sulla cooperazione dopo il 2015. Per quanto riguarda la Politica Europa di Difesa, l’Unione dovrà progressivamente dotarsi di un corpo europeo di polizia internazionale, integrato, e capace di intervenire per gestire attraverso gli strumenti della prevenzione pacifica, della tutela dei diritti umani, e della gestione politica dei conflitti, in aree di conflitto, sempre e solo sotto l’egida e la legittimazione delle Nazioni Unite. Accanto ad un impegno forte per la costruzione di una forza armata europea e di corpi civili di pace, l’Unione Europa dovrà rafforzare le sue capacità di incidere nelle politiche globali di riduzione delle spese militari, disarmo nucleare e convenzionale, controllo del commercio di armi e conversione dell’industria bellica, e prevenzione e mediazione diplomatica e nonviolenta dei conflitti.
Democrazia reale, diritti di cittadinanza, giustizia fiscale e sociale, superamento dell’Europa dell’austerità per l’Europa federale e della solidarietà, conversione ecologica dell’economia e beni comuni, pace e solidarietà internazionale. Questi dovranno essere i punti centrali della proposta di SEL per un’AltraEuropa, sui quali confrontarsi a tutti i livelli. E sui quali determinare il proprio posizionamento nell’imminente campagna elettorale. Ed oltre, visto che l’impegno politico per l’AltraEuropa non si esaurisce nei giorni delle elezioni a maggio, ma necessiterà di una strategia più di lungo respiro. Una strategia che preveda l’interlocuzione dai movimenti sociali e sindacati su scala nazionale, ai partiti europei  dal PSE e dalle sue componenti più critiche verso il modello neoliberista,  a  forze politiche quali Syriza, o i Verdi (ad esempio di Iniciativa Verts Catalunya e non solo, basti pensare al neonato partito per la sinistra, l’ecologia, l’Europa e la libertà Livre in Portogallo) , o la Linke ed il GUE. Obiettivo quello di costruire insieme una “roadmap” per l’AltraEuropa che possa essere, all’indomani delle elezioni europee, base di una collaborazione più stretta a livello parlamentare e non solo, passando da una fase di contrasto alle politiche ordoliberiste, ed i suoi corollari “politici” (ossia larghe intese o Grosse Koalition, a maggior ragione se questa formula prenda piede anche a livello europeo), ad una fase di costruzione dell’AltraEuropa. Una fase costituente, che non può e non deve essere lasciata esclusivamente nelle mani dei partiti politici europei, ma andrà  condivisa con movimenti, sindacati, soggetti sociali e politici al fine di ricostruire insieme uno spazio comune di cittadinanza, diritti e dignità.
 
Francesco Martone
Responsabile esteri, Europa e cooperazione Sinistra Ecologia Libertà