Come evitare la privatizzazione della Banca d’Italia. L’operazione sottobanco del DL Imu-Bankitalia


Martedi 21 gennaio arriva alla Camera il decreto legge eterogeneo, denominato “Imu-Bankitalia”, che ha avuto una genesi molto controversa e che prevede sostanzialmente la privatizzazione della Banca d’Italia, un asset pubblico, a costo zero per le banche beneficiarie.
 
La fretta e i suoi nemici
IL 27 dicembre 2013 il Presidente Napolitano ha firmato un decreto con il quale viene ratificata la riforma che la Banca d’Italia ha approvato modificando il suo stesso statuto il 23 dicembre, in fretta e furia e senza attendere il parere della BCE, richiesto formalmente solo 3 giorni prima dell’effettiva approvazione.
Il decreto legge è stato presentato al Senato accorpando Imu, alienazione di immobili pubblici e variazione di capitale della Banca d’Italia (da qui il nome Imu-Bankitalia). Contenuti evidentemente disomogenei che fanno prefigurare una violazione al vincolo contenuto nell’articolo 77 della Costituzione così come è esplicitamente espresso nell’articolo 15 della Legge n. 400 del 1988. Lo stesso Governo in Commissione Finanze al Senato ha ammesso l’accorpamento nello stesso decreto legge in esame di “disposizioni effettivamente disomogenee in un unico provvedimento”.
 
Il decreto Imu-Bankitalia di prossima discussione è stato approvato al Senato il 9 gennaio scorso con buona pace di numerosi beneficiari.

Generosi benefici ai gruppi finanziari
Ai gruppi bancari Banca Intesa, Unicredit, Generali e altri sono destinate strepitose rivalutazioni delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia, passando dal valore attuale di 165 mila euro a 7,5 miliardi di euro. Risulta francamente incomprensibile la discrezionalità con cui vengono stabiliti questi valori, soprattutto di fronte al fatto che un piccolo gruppo di persone si trova ad attribuire miliardi di euro a favore di soggetti che rimangono pur sempre soggetti privati.I principali gruppi finanziari italiani si configurano come i beneficiari di sempre: non solo per la rivalutazione dei patrimoni ma anche per il vistoso aumento dei dividendi, come ben spiegato nell’articolo di Giovanni Siciliano Quanto vale la Banca d’Italia, dove riassume in sintesi:

Tutti gli utili della Banca d’Italia derivano direttamente o indirettamente dallo sfruttamento di un bene pubblico. I soggetti privati titolari delle quote del capitale della Banca d’Italia non possono dunque vantare alcun diritto su quegli utili. Quindi, non ha senso applicare il metodo del dividend discount model per valutare le quote della Banca d’Italia; i privati non possono vantare alcun diritto neanche sulle riserve, perché derivano da utili non distribuiti

Il problema di queste generose concessioni ai gruppi bancari è anche che nulla viene in chiesto loro in cambio. Le rivalutazioni potrebbero essere vincolate, ad esempio, a un maggiore impegno creditizio verso gli imprenditori italiani. A seguito dell’approvazione di questo decreto legge al Senato, il 9 gennaio, si è alzata anche la voce del Prof. Angelo Baglioni che senza mezze parole descrive l’operazione in corso come “una privatizzazione di un asset pubblico a costo zero per le banche beneficiarie”.

Il meccanismo delle quote ai privati
Nell’ambito della procedura di rivalutazione delle quote e assegnazione degli utili, per come viene proposta nel testo emanato dal Senato, si stabilisce che ogni “partecipante al capitale” non debba detenere una quota capitale superiore al 3%. Si stabilisce anche che i “partecipanti al capitale”, ovvero i soggetti autorizzati a detenere quote della Banca d’Italia, possano essere “banche, fondazioni, assicurazioni, enti e istituti di previdenza, inclusi fondi pensione” la cui sede amministrativa dev’essere in Italia. Si tratta di soggetti privati che, indipendentemente dalla sede, possono essere a loro volta controllati da altri soggetti, anche di altra natura europei e non. Con quest’unico vincolo, è chiaro che chiunque potrà comprarsi un “pezzo” della Banca d’Italia, anche un soggetto straniero. Il governo non si è preoccupato di dire nulla, ad esempio, sulle possibili conseguenze del fatto che le quote di partecipazione nella nostra banca centrale diventeranno liberamente trasferibili, cioè scambiabili sul mercato.
Se davvero per il futuro di Bankitalia si è parlato di public company, allora ha senso prevedere l’acquisto di quote da parte di soggetti pubblici, non soltanto da privati.

Banche pubbliche fino al 1993
Il decreto legge in discussione stabilirebbe che il capitale della Banca d’Italia, un istituto di diritto pubblico, sia invece privato al 100%. Bene descrive Walter Tocci: “nel dibattito parlamentare si è sostenuto che il capitale è stato sempre privato, ma non è vero perché le banche proprietarie per oltre mezzo secolo sono rimaste pubbliche e quando furono privatizzate nel ’93 si fece finta di non vedere le conseguenze – come spesso accadde in quegli anni – sul capitale dell’Istituto. C’è stata quindi una privatizzazione di fatto, senza una decisione formale del Parlamento.”
La rivalutazione delle quote azionarie e i dividendi fanno capo alla funzione pubblica di Banca d’Italia, e non si capisce perché i benefici di tale funzione pubblica, svolta dalla banca centrale in condizione di monopolio per legge dello Stato (utili fatti comprando titoli di Stato e non in momenti di stress di mercato; utili derivanti dalla gestione del patrimonio conferito), debbano andare nelle tasche di privati. La ricchezza accumulata dalla Banca d’Italia appartiene ai cittadini italiani e non può andare a privati. In sostanza, tutti gli utili della Banca d’Italia derivano direttamente o indirettamente dallo sfruttamento di un bene pubblico. I soggetti privati titolari delle quote del capitale della Banca d’Italia non possono dunque vantare alcun diritto sui quegli utili. La Banca d’Italia deve rimanere pubblica per la parte di capitale, in capo al Tesoro, alle Regioni e ad altre amministrazioni pubbliche come l’INPS e la Cassa Depositi e Prestiti.
L’operazione che viene configurata vuole consentire agli istituti di credito di presentare una forza patrimoniale superiore a quella attuale; siamo sul terreno della “finanza creativa” che certo non aiuta a ristabilire un clima di fiducia tra gli investitori e tra gli stessi istituti di credito, venendo a mancare la necessaria trasparenza dei bilanci.

Il dibattito sul capitale della Banca d’Italia
Si tratta di un dibattito particolarmente ampio che si può far risalire alle decisioni assunte nel 1936 con l’approvazione di un nuovo Statuto della Banca.
Due sono le posizioni teoriche prevalenti: una prevede che la Banca centrale sia interamente posseduta da soggetti pubblici, mentre l’altra, seguita dalla normativa italiana del 1936, prevede una maggiore distanza dell’assetto proprietario della Banca centrale rispetto ai poteri pubblici, secondo uno schema che è stato paragonato, sia pure impropriamente, a quello della public company.
L’assetto scelto nel 1936 costituisce, forse, una delle migliori realizzazioni assunte in un regime politico che non può certo essere rimpianto, ma ha subito nel corso dei decenni una torsione conseguente al processo di privatizzazione e di aggregazione bancaria avviato negli anni ‘90 del secolo scorso e che ha portato a concentrare oltre il 50 per cento delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in mano a due soli gruppi bancari.
Quest’ultima circostanza stona evidentemente con il principio di indipendenza delle banche centrali facenti parte del Sistema europeo delle Banche centrali sancito dai Trattati europei, tant’è che già nel 2005, con la legge n. 262, si era tentato di intervenire su questo aspetto, nell’ambito delle altre storiche modifiche dell’assetto interno della Banca d’Italia.
In particolare, con quell’intervento normativo si stabiliva che il Ministero dell’economia e delle finanze procedesse alla quantificazione del valore delle quote di capitale della Banca d’Italia, ai fini del suo riacquisto, dettando una previsione che, tuttavia, non è stata mai applicata. L’aumento del capitale della Banca d’Italia previsto dall’articolo 4 del decreto legge in discussione riporta dunque il dibattito politico intorno ai temi della pubblicizzazione o meno della proprietà della Banca stessa, le cui conclusioni sono evidentemente condizionate dalla fiducia rispetto alla maggiore o minore vicinanza dell’Istituto rispetto alla mano pubblica.
Osservato in questa cornice, il decreto-legge che la Camera si appresta a discutere consiste nella riforma dell’assetto definito nel 1936, in un’ottica di rivisitazione e correzione delle scelte di allora, mantenendo comunque una certa distanza tra la proprietà della Banca e l’autorità governativa, ma rischiando di portare avanti la vera e propria privatizzazione di un asset pubblico.

Scheda riassuntiva della rivalutazione del capitale di Banca d’Italia 
Situazione attuale
• capitale B.I.: € 156.000,00;
quota di capitale detenuta da banche private (94,33% circa): € 146.640,00 (valore arrotondato al 94,00%);
• totale quota di capitale detenuta da Banca Intesa Sanpaolo ed Unicredit: 64,62%;
• ammontare massimo dei dividendi annuali: 10% del capitale + 4% delle riserve, ovvero pari ad €595.000.000,00 (soprattutto grazie all’ammontare delle riserve). Tuttavia negli anni i dividendi si sono attestati sempre sui 50 milioni di euro. Mentre dall’analisi del bilancio 2012 si rileva che siano stati distribuiti dividendi per € 70.000.000,00;
• ammontare massimo dei dividendi annuali per i privati ovvero gli istituti di credito azionisti: € 559.300.000,00 (94,00% di €595.000.000,00).

Situazione dopo rivalutazione
• capitale B.I.: € 7.500.000.000,00;
• quota di capitale detenuta da banche private (94,33% circa): € 7.050.000.000,00 (valore arrotondato al 94%);
• ammontare massimo dei dividendi annuali: 6% del capitale, ovvero pari ad € 450.000.000,00;
• ammontare massimo dei dividendi annuali per gli istituti di credito azionisti: 6,00% del 94,00% del capitale, ovvero pari ad € 423.000.000,00 circa;
• gettito fiscale da plusvalenza (aliquota imposta sostitutiva 12,00%): € 900.000.000,00 circa (di cui €846.000.000,00 circa – pari al 94% – in capo alle banche);
• tetto massimo quota di partecipazione: 3% del capitale;
• enti partecipanti: previsto ampliamento degli enti partecipanti – italiani ed europei – ad altre banche nonché assicurazioni, fondazioni, fondi pensione pubblici e privati.

Effetti (probabili) conseguenti alla rivalutazione
• ipotizzando dividendi annuali nella misura del 5,00% (limite max come visto fissato al 6,00%) del capitale – pari quindi ad € 375.000.000,00 – dal terzo anno l’ammontare dei dividendi corrisposti sarebbe superiore al gettito fiscale incassato dallo Stato (€ 375 mln x 3 anni = € 1.125.000.000,00 al lordo del 20% di tasse);
• il principale vantaggio di cui godranno alcune banche tuttavia consiste nella rivalutazione che potranno effettuare sul valore della partecipazione iscritta in bilancio, in particolare quelle banche che hanno iscritto in bilancio la partecipazione in B.I. per un valore relativamente basso. Quanto appena detto avrà un’immediata ricaduta in termini di solidità patrimoniale dei bilanci delle citate banche. Se poi, come meglio si vedrà nel punto che segue (vedi anche art. 4, comma 6), la partecipazione eccedente sarà temporaneamente acquistata da B.I. vi sarà un immediato ritorno in termini finanziari;
• difficoltà nella cessione delle partecipazioni specie per i maggiori azionisti (Banca Intesa e Unicredit). A questo proposito il provvedimento normativo prevede che: “Per favorire il rispetto di tale limite, la Banca d’Italia potrà acquistare temporaneamente le quote di partecipazione in possesso di altri soggetti” (vedasi comunicato stampa C.d.M. 38/2013). Banca d’Italia potrà quindi acquistare temporaneamente azioni proprie, ovviamente al valore rivalutato;
• ipotesi di nazionalizzazione (Legge n. 262/2012), ovvero di acquisto parziale del capitale sociale da parte di enti pubblici. E’ evidente che in un’ipotesi di questo tipo se il capitale e quindi le quote vengono valutate 50 volte più di adesso l’esborso per riacquistare le quote sarà 50 volte più elevato rispetto ad una nazionalizzazione – integrale o parziale – effettuata prima di questo provvedimento;
• difficoltà nell’individuare i reali detentori della partecipazione (specie per fondazioni e/o altri soggetti privati). Quanto appena detto potrebbe portare per ipotesi a raggirare il predetto limite del 3% per la quota di partecipazione al capitale.