Non fascisti ma pericolosamente ingenui. Un’analisi politica del fenomeno Forconi


“Se non sono proprio fascisti poco ci manca. Però hanno anche molte ragioni”. L’enunciato riassume il senso delle dichiarazioni torrentizie e dei numerosi esercizi d’analisi spesi in pochi giorni sui cosiddetti Forconi: uno sbaglio sommato a una ovvietà.

Quei manifestanti non sono fascisti. Quando la destra estrema e conclamata ha provato a prendere uno straccio di controllo, il 17 dicembre a Roma, in piazza si sono ritrovati i soliti quattro gatti neri, a metà strada tra Forza nuova e Casapound con una spruzzata di settuagenari ex Avanguardia nazionale. Però non sono neppure la piazza Statuto del XXI secolo (magari!) come sembra sperare Guido Viale in un articolo bello ma nostalgico, e la loro rabbia ricorda solo in superficie quella dei cittadini di Reggio Calabria, protagonisti all’inizio dei ’70 della più lunga rivolta popolare nell’occidente del dopoguerra (i cosiddetti Moti di Reggio). Rivolta guidata ed egemonizzata dalle forze neofasciste, ma alla quale partecipò anche, e molto attivamente, la migliore sinistra rivoluzionaria dell’epoca.
I manifestanti dei presidi dei Forconi, per quel che è dato capirne nelle nebbie della confusione mediatica, sono un’altra cosa. Figli del loro secolo, non di quello precedente. Prodotto della crisi. Vittime dell’impoverimento, come segnala giustamente sul manifesto Marco Revelli. Gente che per due decenni ha composto il bacino elettorale, oggi deluso, disilluso e infuriato, di Forza Italia. L’asse sociale della protesta (al quale, certo, si aggiunge poi di tutto, ma senza mutarne l’intimo DNA) è ceto medio o medio-basso precipitato di colpo giù per la scala sociale e terrorizzato dalla probabilità di una imminente, ancor più rovinosa caduta.
Dal punto di vista dell’ordine pubblico, la faccenda, strilli isterici a parte, non costituisce alcun pericolo. Le violenze sono state risibili: al di sotto della soglia fisiologica in casi del genere. Il blocco totale delle merci, che avrebbe in effetti reso dei sussulti ribellisti una rivolta, non è mai andato oltre lo stadio del vagheggiamento inconcludente. Dopo il flop di Roma se ne sono accorti persino i cronisti di corte, e hanno tirato subito un sospirone di sollievo. Peraltro pienamente ingiustificato: sul piano sociale, il fenomeno resta di prima grandezza. Ha già portato in dote milioni di voti al Movimento 5 Stelle, la forza politica che più di ogni altra condivide gli umori e i rancori dei presidi, e si illude chi pensa che il problema sia già stato risolto dall’inettitudine della compagine parlamentare a cinque stelle.
Non lo è. Non lo può essere, e se anche lo fosse qualcuno spunterebbe dal cilindro del rancore sociale a rimpiazzare di corsa il Masaniello di Genova. Perché, che si esprima nel mugugno onnipresente, nei conati di rivolta dei presidi oppure nel voto regalato a chi grida “Tutti a casa”, quella temperie sociale è largamente egemone. Già condiziona quasi tutto, molto di più minaccia di condizionare a breve. Demonizzarla, più che stolto, è ipocrita.
Però esaltare l’onda, come inevitabilmente si è un po’ tentati di fare, è altrettanto miope. I presidi non sono rivoluzionari, questo è pacifico, ma neppure ribelli. Messi in ginocchio da un complesso sistema di potere oligarchico che adopera la crisi per ridisegnare dalle fondamenta al tetto, a propria misura, l’edifico sociale, i Forconi non trovano di meglio che prendersela con i politicanti, che sono quel che sono, figurarsi, ma contano anche quel che contano, cioè poco più di zero. Ove se ne tornassero davvero tutti a casa, lo stato presente delle cose non cambierebbe di una virgola. Quando sente strillare “Tutti a casa”, il sistema di poteri e di interessi che ha determinato la crisi, la ha cavalcata per rinsaldarsi e ora la usa per costruire il mondo nuovo, si frega le mani. Non solo perché sa di non essere neppure alla lontana minacciato, ma perché trova una preziosa valvola di sfogo nel dirottamento della rabbia contro obiettivi malintesi, secondari e limitatissimi.
Scomodare a ogni sussulto la categoria (desueta) del fascismo non va oltre i confini del mantra, tanto rassicurante quanto fuorviante. Non sono fascisti i presidi come non lo era Silvio Berlusconi e neppure lo è Beppe lo scamiciato. Populisti forse, ma solo a patto di spogliare il termine di ogni dignità storica (inclusa quella solida di Eva Peron) per rimodellarlo a misura di sfiducia generalizzata nella rappresentanza politica e conseguente disponibilità ad accreditare chiunque di quella rappresentanza non faccia parte e anzi la bersagli rumorosamente. Nella migliore delle ipotesi, un’ingenuità pericolosa.
Fascisti no, però cospiratori, spesso inconsapevoli, a favore dell’ordine costituito, e peggio costituendo, sì.

ANDREA COLOMBO

Giornalista, ex militante di Potere Operaio ed esperto degli anni '70, si è sempre occupato di cronaca politica e parlamentare. Ha sempre conciliato una ferma critica antiberlusconiana all'antigiustizialismo e alla difesa del garantismo.