Legge di stabilità fantasiosa e inutile: il tenore di vita degli italiani è tornato ai livelli del 1992

Milano nel 1992
Dopo tanti sacrifici, i cittadini italiani attendevano che la manovra economica del governo Letta ridesse fiato all’economia italiana, la quale dal 2007 ad oggi ha perso addirittura il 9 per cento della produzione di beni e servizi e ha visto raddoppiare la disoccupazione, da un milione e mezzo a tre milioni di unità. Ci sono molti dubbi rispetto al fatto che la manovra riuscirà a portare il Pil a crescere almeno di un punto percentuale nel 2014 come il governo prevede.
Come più volte sottolineato anche di recente da Confindustria, Rete Imprese Italia e dalla principali Associazioni Sindacali di categoria, sei anni di crisi finanziaria, prima globale e poi dei debiti sovrani nell’Eurozona, e due recessioni hanno colpito duramente l’economia europea e quella italiana, dove le conseguenze sono state più gravi che nella maggior parte degli altri paesi.
Ma facciamo un passo indietro:  l’importo complessivo della legge di stabilità, sul triennio, era inizialmente di 27,3 mld di euro, di cui 12,4 mld per il 2014 (cifra poi modificata dal Senato), a cui si devono aggiungere 1,6 miliardi della manovrina correttiva per traguardare il rapporto indebitamento/Pil del 3% per il 2013 (DL n. 120/2013). L’obiettivo della legge è e rimane quello delineato nella Nota di aggiornamento del Def (Documento Economico Finanziario di Settembre), cioè quello di conseguire un rapporto indebitamento/Pil del 2,5% nel 2014.
Rispetto al picco toccato sei anni fa, il prodotto interno lordo italiano si è ridotto del 9%, il PIL procapite è diminuito del 10,4%, ossia circa 2.700 euro correnti in meno per abitante, ed è così tornato ai livelli del 1997, caso unico tra i paesi dell’euro (in Spagna e Francia, il PIL procapite, nonostante la crisi, è comunque più alto di oltre il 15% rispetto al 1997). L’occupazione è caduta del 7,2%, pari a 1,8 milioni di unità di lavoro in meno. Molte delle persone che hanno perduto l’impiego non riusciranno a ricollocarsi nel sistema produttivo. La produzione industriale è a un livello inferiore del 24,2% rispetto al picco pre-crisi del terzo trimestre del 2007; in alcuni settori la diminuzione supera il 40%.
La restrizione creditizia sta proseguendo. Tante imprese faticano a ottenere prestiti bancari: l’indagine ISTAT indica che a settembre l’11,4% di quelle che ne hanno fatto richiesta non li hanno ricevuti, molto più del 6,9% registrato nella prima metà del 2011. Altre imprese hanno rinunciato a domandare credito a fronte di costi troppo alti; la carenza di credito ostacola l’operatività di molte imprese, anche finanziariamente solide.
Nel manifatturiero la disponibilità di liquidità resta molto ridotta rispetto alle esigenze e le aziende continuano a prevederla in calo, anche se c’è stato un miglioramento negli ultimi mesi, verosimilmente a seguito dell’immissione di liquidità derivante dal pagamento di oltre 11 miliardi di debiti commerciali della pubblica amministrazione.
A leggere la legge di stabilità 2014, sembrerebbe rientrato il divario nella crescita tra l’Italia e i principali paesi europei. Una previsione davvero troppo ottimistica. Infatti, si prevede per il 2014 un incremento del Pil pari a quello medio europeo; su quali basi si fonda questa previsione non è dato saperlo. Da molti anni il Pil dell’Italia cresce meno di quello medio europeo, ormai stabilmente del meno 1%. L’effetto cumulato è di 16 punti percentuali tra il 2003 e il 2013, con una brusca riduzione a partire dal 2007 di 8 punti percentuali. Per dare un ordine di grandezza della crisi nella crisi dell’Italia, possiamo dire che il nostro paese ha perso per strada qualcosa come 240 miliardi di euro di minore crescita rispetto all’Europa.
Gli effetti sull’occupazione, sul tessuto produttivo, sulla dinamica della spesa in consumi, financo nella distribuzione del reddito, è quello di aver fatto retrocedere il tenore di vita degli italiani ai livelli del 1992.

Il 7 febbraio del 1992 i 12 stati della CEE, tra cui l’Italia, firmano il Trattato sull’Unione Europea, meglio noto come Trattato di Maastricht
L’incauto ottimismo del governo ritorna nel delineare i valori dello spread. Nel Def si ipotizza uno spread bassissimo e si costruiscono le politiche economiche in conseguenza. Uno dei dati più importanti della nota di aggiornamento al Def 2013 riguarda gli interessi che dovremo pagare sul debito pubblico nei prossimi anni, ovvero lo spread. Ecco i valori dello spread contenuti nel Def: 200 punti nel 2014, 150 nel 2015 e 100 nel 2016 e 2017. Una visione a dire poco ottimista, considerato che da almeno tre anni tale indicatore è costantemente molto al di sopra dei 100 punti, con picchi oltre i 500 nel 2011 e 2012.
Come sono state calcolate tali cifre? Non sono state calcolate. Nel Def si “ipotizza uno scenario”, segnalando che l’intervento della Bce con l’acquisto di titoli di Stato ha permesso di ridurre lo spread. Rimane il fatto che la Bce non è intervenuta unicamente acquistando titoli di Stato dei paesi in difficoltà. Una grossa mano alla diminuzione dello spread è arrivata anche dal prestito (chiamato Longer Term Refinancing Operation LTRO) da oltre 1.000 miliardi di euro erogato dalla Bce alle banche europee tra fine 2011 e inizio 2012. Quelle italiane hanno preso in prestito oltre 200 miliardi al 1% – un tasso di fatto negativo se si tiene conto dell’inflazione – usandoli in buona parte per comprare titoli di Stato. Aumenta la domanda di titoli, cala lo spread.
A fine 2011 gli istituti italiani detenevano 224,1 miliardi di euro di titoli di Stato. Meno di un anno dopo, a settembre del 2012, il totale era salito a 341,1 miliardi. Una boccata d’ossigeno per le banche che si indebitano al 1% e usano questo denaro per acquistare Btp che rendono 5 o 6 volte di più. Non riapriamo qui il dibattito sul perché la Bce non possa finanziare direttamente gli Stati al 1%. Rimane il fatto che il LTRO, il prestito triennale della banca centrale, scadrà tra fine 2014 e inizio 2015, il che significa che le banche italiane dovranno restituire circa 230 miliardi di euro alla Bce. A settembre 2013 ne erano stati rimborsati meno del 10%.
Cosa succederà tra un anno al nostro debito pubblico se le banche dovranno rivendere Bot e Btp per fare cassa e rimborsare i prestiti con la Bce? Quali effetti potrebbe avere per lo spread l’aumento dell’offerta di titoli di Stato sul mercato? E se al contrario le banche decidessero di non vendere titoli di Stato, quali potrebbero essere gli impatti sul nostro sistema produttivo, già oggi schiacciato dal credit crunch, ovvero dalla mancanza di accesso al credito?
Oggi la speranza è “semplicemente” l’arrivo di un nuovo prestito in sostituzione di quello in scadenza.

Utilizzo del computer nel 1992
I conti pubblici hanno sofferto della contrazione del Pil, anche perché costretti ad assorbire una parte del debito privato legato alle operazioni spericolate delle banche. Tutta la crescita del debito pubblico europeo di questi ultimi 5 anni è debito privato cattivo mutualizzato dagli Stati. Nonostante la crescita del debito pubblico sia direttamente proporzionale alla ri-assicurazione del debito privato, la Commissione europea ha imposto delle misure di contenimento della spesa, quindi una riduzione della domanda aggregata, tale da aggravare la situazione economica e sociale dei paesi sottoposti a questi tagli delle spese e ulteriori forme di flessibilità del mercato.
L’effetto è stato quello di comprimere la base imponibile, cioè il Pil, quindi di ridurre le entrate fiscali indipendentemente dall’aumento della pressione fiscale (accise, Iva, altro).
Malgrado nell’area dell’euro l’economia sia tornata a crescere dopo sei trimestri di contrazione, tale andamento non coinvolge l’Italia che rimane in recessione, o per meglio dire, in una profonda depressione, come ha sottolineato il Centro Europa Ricerca nel suo Rapporto n. 2 del 2013.
Il Pil italiano si ridurrà anche nel 2013, per il secondo anno consecutivo e per la quarta volta negli ultimi cinque anni e la riduzione interesserà anche i valori nominali, come già nel 2009 e nel 2012. Un simile periodo di contrazione della domanda aggregata e di contestuale perdita di capacità produttiva non ha paragoni nella storia della Repubblica italiana.
Il periodo odierno non è confrontabile con gli episodi recessivi del 1975 e del 1993, né per profondità, né per durata. Oggi, sei anni dopo l’innesco della crisi, il Pil resta oltre otto punti e mezzo al di sotto dei valori di partenza. Con riferimento alla produzione industriale, attualmente essa ha toccato un primo “punto di cavo” nel 2009, scendendo di oltre il 22% rispetto al livello pre-recessivo. L’anno in corso, coincide, dopo l’incompleto recupero del 2010-2011, con uno scivolamento su un nuovo valore di minimo (-23% rispetto al 2007).
Pochi dubbi si possono avere sul fatto che nel passato biennio, la politica di bilancio non abbia sostenuto la crescita, contribuendo all’approfondimento della recessione. A questo proposito è opportuno segnalare il recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale (FMI) – Policy paper – che critica aspramente le politiche di austerità.



Giulio Marcon

Si occupa di terzo settore, cooperazione allo svilupo, economia. Fa parte della commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione e della Commissione speciale per l'esame degli atti del Governo.