La privatizzazione segreta di Bankitalia. Boccadutri (Sel): un regalo alle banche a discapito della proprietà pubblica


L’Italia rischia di essere il primo paese il cui capitale della Banca centrale potrebbe cadere nelle mani di stranieri, magari privati. Nel silenzio generale dei media, tutti concentrati a occuparsi della decadenza di un senatore, il ministro Saccomanni e il governo hanno deciso nuove norme riguardanti il capitale e gli organi dell’istituto. Trasformare la Banca d’Italia in una pubblic company al fine di raccogliere 900 milioni di euro per coprire in parte l’abolizione dell’Imu. Va fatto presente che questa operazione è una tantum, quindi una volta raccolti i proventi fiscali provenienti da questa operazione, l’istituto si troverà con le mani legate. Un enorme regalo alle banche medesime, che in pochi anni potranno ripagarsi dell’imposta sostitutiva con sontuosi dividendi erogati a valere su una capacità di generazione di “utili” derivanti da una funzione pubblica.

Ieri in conferenza stampa Sel ha denunciato questa “privatizzazione” silente.
L’onorevole Boccadutri ci spiega cosa sta accadendo.
«Sostanzialmente si tratta di una privatizzazione di un asset pubblico a costo zero per le banche beneficiarie (essendo l’unico onere il versamento dell’imposta ridotta sulla plusvalenza, somma che come detto si recupera in tre anni: non a caso la rateizzazione del pagamento dell’imposta è triennale e senza interessi). Senza il minimo dibattito politico, si è proceduto per decreto ad una riforma storica dell’assetto proprietario e della governance della Banca d’Italia. Ogni giorno politici, giornalisti ed economisti dibattono all’infinito sul taglio dell’IMU, ma nessuno si preoccupa di discutere sul fatto che chiunque potrà comprarsi un “pezzo” della Banca d’Italia, anche un soggetto straniero.Ha proseguito Boccadutri – Il governo non si è preoccupato di dire nulla sulle possibili conseguenze del fatto che le quote di partecipazione nella nostra banca centrale diventeranno liberamente trasferibili, cioè scambiabili sul mercato».

Infatti il decreto legge approvato il 27 novembre stabilisce che “ciascun partecipante al capitale non potrà possedere – direttamente o indirettamente – una quota di capitale superiore al 5 per cento”. I soggetti, italiani ed europei, autorizzati a detenere quote nella Banca d’Italia saranno “banche, fondazioni, assicurazioni, enti ed istituti di previdenza, inclusi fondi pensione”. Il fatto che siano riservate a intermediari finanziari europei non è una grande garanzia, visto che questi soggetti possono essere a loro volta controllati da altri soggetti, anche di altra natura e non europei. Il limite del 5 per cento può essere aggirato attraverso accordi che consentano a un gruppo di proprietari di coordinarsi tra di loro.
La rivalutazione e i dividendi fanno capo alla funzione pubblica di Banca d’Italia, e non si capisce perché i  benefici di tale funzione pubblica devono andare a dei privati.
La  ricchezza accumulata dalla Banca d’Italia è degli italiani e non può andare a dei privati. In sostanza, tutti gli utili della Banca d’Italia derivano direttamente o indirettamente dallo sfruttamento di un bene pubblico. I soggetti privati titolari delle quote del capitale della Banca d’Italia non dovrebbero vantare alcun diritto sui quegli utili.
Inoltre qualche anno fa è stata prevista la pubblicizzazione della Banca d’Italia. Il comma 10 dell’articolo 19 della legge n. 262 del 2005, ora abrogato, prevedeva: “10. Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.”
Non a caso tale Regolamento non è mai stato emanato. Tale comma peraltro non contrasta – come sostenuto da alcuni – con l’indipendenza della Banca d’Italia. Lo stesso Draghi intervenendo al Parlamento (2006) ebbe a riconoscere che per assicurare tale indipendenza “le indicazioni comparate mostrano un ampia varietà di soluzioni. Il modello di una proprietà esclusivamente pubblica, pur essendo diffuso (Francia, Germania), non è l’unico”. Non è l’unico, ma comunque è del tutto compatibile con l’indipendenza della banca centrale.
Sel propone che le quote delle banche siano acquisite dallo Stato o da altri soggetti pubblici al prezzo corrispondente alla rivalutazione secondo l’indice Istat relativo al costo della vita dell’ammontare delle quote in mano ai privati. I vantaggi nei prossimi anni supereranno di molto questa spesa, farlo dopo la rivalutazione delle quote costerebbe oltre 7 miliardi di euro, se lo si facesse oggi, anche utilizzando il coefficiente Istat di rivalutazione monetaria dal 1893 al 2011 il valore delle quote al 2011 sarebbe pari a 1,27 miliardi di euro; tenendo conto dell’inflazione 2012-2013, si arriverebbe a un valore di poco superiore a 1,3 miliardi di euro.