Europa in difesa

Mappa satirica dell’Europa (Amsterdam 1915), di Louis Raemaekers
Il Consiglio d’Europa, che si riunirà a Bruxelles nelle prossime settimane, tra i temi in programma affronterà anche il futuro della Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC). Un tema ricorrente ma sempre rimasto a livello di un generico e astratto riferimento all’ipotetica Europa unita del futuro. E’ infatti un tema troppo carico di implicazioni densamente politiche per essere affrontate su un piano che implichi scelte davvero vincolanti per ogni Paese, a partire dalle Germania, che è il Paese oggi decisivo per qualsiasi scelta ma anche non poco restio ad andare avanti. Per questo l’agenda sulle questione della difesa e della sicurezza si presenta politicamente debole e di taglio tecnico, al di là dei dossier preparatori, dei documenti e delle dichiarazioni incoraggianti di vari Paesi, tra cui l’Italia col suo non-paper “MORE EUROPE” (More From Europe, More To Europe, Spending and arranging better on defence to shoulder increased responsabilities for international peace and security), predisposto dai Ministeri degli Affari Esteri e della Difesa.
La tanto attesa scadenza delle elezioni politiche tedesche svoltesi a settembre non ha aperto scorci positivi per l’Europa e non ha dato, come peraltro era del tutto prevedibile, alcuna risposta diversa ai problemi della crisi economico-sociale e politico-istituzionale che attanaglia l’Europa. Siamo a un punto di stallo che rischia di essere di non ritorno. Il futuro della Politica di Sicurezza e Difesa subisce il quadro, non potendo prescindere dal rilancio di un impegno forte per l’Europa politica, per le sue istituzioni prossime venture. Il Consiglio europeo, che si riunirà a Bruxelles nelle prossime settimane, ha in agenda anche il futuro della Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC). Un tema ricorrente nel dibattito degli addetti ai lavori, sempre rimasto però a livello di riferimenti solo astratti alla futura dimensione europea. La problematica infatti è carica di implicazioni troppo densamente politiche per essere affrontata fuori dalla più generale prospettiva di che cosa comporti l’idea dell’Europa unita e che cosa questo significhi sul piano di una politica europea di difesa. Un aspetto che sarà probabilmente assente anche strategie politiche di medio e lungo periodo.
Nell’ordine del giorno della sessione del Consiglio europeo dedicata alla Difesa compaiono tre “cluster” interconnessi, che sono di natura eminentemente tecnico-militare, con un allegato affaristico-militare che riguarda l’industria bellica. L’agenda prevista illustra con chiarezza la natura limitata dell’incontro.
EFFICACIA, VISIBILITA’, IMPATTO DELLA PSDC Questo il primo punto, per rispondere meglio, secondo la logica dei vertici militari, alle crisi e alle minacce, dispiegare le capacità necessarie con rapidità ed efficacia sviluppando un approccio globale dell’UE “affinché tutti i suoi strumenti producano effetti utili ai fini della prevenzione dei conflitti e della gestione delle crisi”. Si tratta né più né meno di razionalizzare la logica delle missioni militari che punteggiano la vicenda internazionale di questi anni, in risposta a quello che succede per input che poco hanno a che vedere con un vision unitaria, “internamente” europea.
Segue nell’agenda il capitolo intitolato CAPACITA’ DI DIFESA dove si sottolinea l’idea di una cooperazione europea più sistematica e a più lungo termine, al fine di contribuire a colmare le carenze di capacità di azione. Si suggerisce, per esempio, di prendere in considerazione fin dall’inizio della pianificazione nazionale la “messa in comune e condivisione” delle risorse.
Infine l’agenda prevede l’unico tema che potrà essere davvero cruciale per le scelte, cioè l’INDUSTRIA EUROPEA DELLA DIFESA, con l’obiettivo dichiarato di implementare una base industriale più integrata e competitiva sul mercato internazionale. Tema a lungo discusso con risultati spesso negativi – F35 per esempio – su cui forse la crisi economica imprimerà qualche risultato.
La debolezza dell’agenda mostra la debolezza degli intenti. Non un passo, da un versante decisivo come è quello della Politica di Sicurezza e Difesa, per fare passi avanti nell’unificazione dell’Europa. E non in astratto ma tenendo conto delle trasformazioni globali che sono in atto e ai bilanci negativi che il ciclo di interventi militari degli ultimi decenni lascia in eredità a un’Europa che si è mossa senza una chiara prospettiva, senza un chiaro segno distintivo su questione nodali come l’Onu, la Nato, le strategie di ricorso all’uso della forza nel moltiplicarsi delle missioni militari.

Catherine Margaret Ashton dal 2009 ricopre l’incarico di Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea.

Politica estera e politica di difesa/sicurezza mostrano infatti, con chiarezza esemplare, quanto l’Unione europea sia lontana dalla condivisione di un comune orizzonte. L’Alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, la britannica Catherine Ashton, non ha, né allo stato delle cose potrebbe avere, le prerogative e i poteri di una ministra, ma non è neanche animata da un sentimento segnatamente europeo. Di fronte alle molte crisi che in questi anni hanno punteggiato la vicenda internazionale, spesso in zone molto vicine all’Europa, lady Ashton non ha mai preso iniziative o fatto proposte all’altezza dei problemi. Il “laissez faire” è stata la sua bussola di orientamento. Ha cioè che lasciato che i diversi Paesi europei, in perfetta autonomia, prendessero le iniziative più confacenti ai propri interessi. Che dire della vicenda libica e di quella del Mali, che hanno visto Gran Bretagna e Francia muoversi sul piano militare in perfetta libertà di iniziativa? Lo stesso discorso vale per la stagione delle “primavere arabe”, che ha visto l’Europa del tutto assente e nei fatti disinteressata rispetto alle dinamiche e agli esiti di quelle rivolte, per tanti aspetti straordinarie e cui per questo fare i conti.
Gli stessi limiti più volte segnalati dagli esperti di questioni militari – anche dall’ italiano “More Europe” – su aspetti come la mancanza di integrazione, con pesante lievitazione dei costi, la “cacofonia delle strategie”, spesso connesse più ai calcoli dei singoli Paesi che a una vision europea, questi limiti resteranno insuperati e insuperabili o, nella migliore delle eventualità, oggetto di parziali aggiustamenti, senza un’adeguata svolta politica dell’Europa.
Sono proprio le trasformazioni globali che dovrebbero imporre come primo passo la messa a punto di una visione comune, su cui valutare i punti di effettiva condivisione tra i Paesi dell’Ue, gli eventuali punti di disaccordo e quindi la necessità di arrivare un programma e una prospettiva comuni. Siamo di fronte a trasformazioni globali che toccano direttamente e indirettamente l’Europa. Esse implicano l’ampliarsi delle aree di crisi sul lato orientale dell’Europa, con un Medio Oriente allargato segnato dalla negativa eredità della strategia politico-militare di George W. Bush. I rapporti con la Russia sempre più decisa a giocare un ruolo di primo piano nei rapporti con i territori storicamente di riferimento e con i nuovi conflitti (Iran e Siria insegnano); la Turchia rimasta sospesa e congelata nella sua relazione con l’Ue e intenzionata a giocare da protagonista politico nei rapporti con molti Stati con cui l’Europa dovrebbe avere interessi di vicinato (Politica europea di vicinato avviata nel 2002); il Mediterraneo con le complesse dinamiche che l’attraversano: tanto per ricordare le cose che ci toccano più da vicino: tutte questioni che dovrebbero costituire l’agenda in questione.
E’ in atto da tempo una globale torsione verso est delle dinamiche economiche-finanziarie mondiali e degli interessi geo-strategici dell’Occidente, in primis degli Stati Uniti – storico alleato-conductor dell’Europa. Gli interessi sono infatti sempre più focalizzati verso la grande area compresa tra l’Asia, il Pacifico e l’oceano Indiano. Questo mentre il Mediterraneo è destinato a giocare un sempre più evidente ruolo di “sevizio” per le strategie statunitensi di controllo globale del mondo e di “attenzione” particolare all’Africa. Strategie che si scaricano sulla Sicilia (Muos), fatalmente destinata, per l’estrema debolezza politica del nostro Paese, a diventare la piattaforma avanzata di piani militari di cui il Parlamento italiano ma anche l’Europarlamento sanno poco o nulla e nulla sono in grado di decidere. Piattaforma militare e zona di confine militarizzata – Frontex – contro l’immigrazione. L’Europa non ha mai sviluppato una sua reale Politica Estera e di Difesa per ragioni storiche (basti pensare al grande numero di base statunitensi ancora ospitate sul territorio europeo), per la mancanza di una autentica volontà degli Stati a rivedere le cose e per il rapporto debole tra i Paesi dell’UE. In ambito europeo ha pesato la presenza della NATO, che ha sempre svolto un ruolo importante per determinare il coordinamento della politica estera e di difesa dei Paesi europei. Di fatto la Nato ha rappresentato un potente strumento ideologico e pratico di surroga/supplenza di un’autonoma politica europea. Tutto questo fu reso più penetrante in seguito ai processi di “europeizzazione” dell’Alleanza, a partire soprattutto dal Rapporto Hermel del 1967, che delineava la prospettiva, nell’ambito dell’Alleanza, del raggiungimento “di un ordine stabile e giusto in Europa”. Pierre Hermel, ministro degli Esteri belga e autore del rapporto, favorì un processo di valorizzazione dei Paesi minori aderenti alla Nato che ebbe influenza sulle potenze maggiori, mettendo fine alle spinte centrifughe e anche favorendo il lento disgelo della Guerra Fredda. Si affermò insomma una vera e propria vision a largo raggio e un’altrettanta precisa concezione della mission dell’Alleanza atlantica, che spiegano, in misura non secondaria, perché la Nato sia sopravvissuta alla fatidica data del 1989 (implosione dell’Unione Sovietica), che ne avrebbe dovuto invece decretare la dissolvenza storica. Ma ora la stessa Nato, senza l’ancoraggio al primato strategico tradizionalmente collocato nelle mani degli Stati Uniti, è ridotta per lo più a un complesso apparato burocratico e tecnocratico, costoso e utilizzabile a geometria variabile sulle più diverse scacchiere e per le ragioni più diverse. Come è avvenuto col suo impiego nella vicenda afgana, impiego messo a punto anche per rilanciare la funzione strategica della Nato, così come per lo stesso scopo – definire un nuovo concetto strategico – ha funzionato il dibattito degli ultimi dieci anni sulle varianti di funzione da attribuire all’organizzazione.

Angela Dorothea Merkel dal 2005 è cancelliera federale della Germania
Occorre poi tener conto, per capire a che punto siamo, che il Paese più potente dell’Europa, la Germania, è anche quello meno propenso oggi a definire con certezza tempi e modi dell’unificazione europea. In tutte le materie. Non La Cdu di Angela Merkel, che ha vinto le elezioni, né l’Spd, con cui la Cdu ha dovuto stringere il patto di coalizione per poter governare. Il lavoro per mettersi d’accordo sulla piattaforma della grande coalizione è stato lungo e complesso, esemplare per la serietà dimostrata nei confronti dell’elettorato (l’Spd sottoporrà anche a referendum dei suoi iscritti l’accordo), Ma in questo lungo lavoro durato due mesi non c’è nessun cenno agli impegni della Germania verso l’Europa. Inoltre non possono non pesare, nel disimpegno tedesco, i potenti interessi economico-commerciali e finanziari della Germania legati alle trasformazioni in atto nello scacchiere orientale del mondo, che attraggono anche la Germania, pesando nelle determinazioni politiche della cancelliera Merkel. Dal che, per quanto riguarda la politica estera e di difesa, possono discenderne strategie diversificate rispetto a quelle di altri Paesi europei. D’altra parte la politica della Germania è stata sempre altamente selettiva anche per quanto riguarda l’ assunzione di impegni militari, sempre sottoposta alla valutazione degli interessi da perseguire manu militari. Partecipazione a geometria variabile, insomma. Ne sono esempio l’impegno in Afghanistan ma il disimpegno in Iraq, l’impegno nel Mar Arabico ma non in Libia. Si tratta di valutazioni e scelte strettamente politiche, che poco o nulla hanno a che fare con un’impostazione ispirata all’idea del “fare tutto quello che è possibile e molto oltre per contribuire a soluzioni pacifiche dei conflitti”, come dovrebbe essere l’impostazione della politica estera e di difesa di un’Europa unita che voglia essere erede della parte migliore sua eredità. Dopo le rovine della lunga stagione delle distruzioni che ne hanno caratterizzato in epoca moderna la storia. Scelte in autonomia invece da grande Paese, che sa misurare la propria forza economica, demografica, politica e sa collocarsi sul piano geostrategico anche mettendo in conto differenziazioni tattiche di rilevo e magari, perché no, laddove servisse, svolte epocali nella politica di sicurezza. La severità nell’imposizione dei vincoli verso i Paesi indebitati rientra d’altra parte in questa vision.
Della colpa del debito gli Stati europei devono lavarsi – sostiene Berlino – prima che intervenga l’Europa con solidali piani comuni di salvataggi, e innanzitutto investimenti. Ma la Germania ha le sue responsabilità, di cui non vuole rendere conto né rendersi conto. Il boom delle esportazioni, provenienti negli ultimi sei anni dalla Germania, ha contribuito grandemente al formarsi di bolle finanziarie nella periferia Sud, in ragione di ingenti flussi di capitali non compensati da adeguate importazioni. Lo spiega bene l’economista Ulrich Schäfer, sulla Sueddeutsche Zeitung del 13 novembre: le critiche di questi giorni all’irresistibile export tedesco - della Commissione europea, del Fondo monetario, del Sud Europa – “sono giustificate”, e grave è la sordità tedesca. È un boom che in Germania s’accompagna a bassi consumi, al precariato che cresce, a gracili importazioni: dunque a un’incuria verso l’Unione. “Gli errori commessi negli anni ’30 tendono a riprodursi”, ricorda spesso, con qualche tono drammatizzante non però fuori luogo, Barbara Spinelli sulla Repubblica.
Un monito da tenere presente, nell’affrontare i grandi temi che riguardano il futuro dell’Europa unita, se mai si riuscirà a compere passi davvero significativi in questa direzione. E i temi dell’agenda PSDC di dicembre ne fanno integralmente parte.

Elettra Deiana, da sempre vicina agli ambienti del femminismo, della nuova sinistra, nella sua vita parlamentare ha promosso i temi della pace e della critica delle nuove dottrine militari relative alla guerra globale e preventiva.