Democrazia dei pareri e creazione della fiducia

Illustrazione di Timo Meyer
Il rapporto tra le forme della comunicazione e le forme della democrazia è cruciale per capire quali sono le possibilità di una nuova rappresentanza e di una nuova modalità di partecipazione dei cittadini alle decisioni che riguardano la cosa pubblica.
 
Così, nonostante le molte perplessità associate alle torsioni concettuali relative alle diverse definizioni di e-democracy, si continua a dire che siamo entrati da tempo nell’era democrazia elettronica. Ammettiamo che sia vero, ma a patto di non confondere la democrazia – strumento imperfetto di gestione della cosa pubblica – con le opinioni liberamente espresse, il diritto all’informazione e il pluralismo delle sue manifestazioni.

Sono infatti migliaia i blog, miliardi le pagine web, centinaia i giornali online fatti dai lettori, numerose le comunità virtuali di professionisti e cittadini che, nelle liste di discussione, i forum e i social network, offrono la loro opinione su ogni argomento, rappresentando una esigenza vasta e diffusa di partecipazione, terreno di coltura di una nuova sfera pubblica che, come nel caso delle petizioni online, delle smart mobs degli Sms o del blog journalism, ha decretato fortuna e miseria di anchormen televisivi, sostituito la testimonianza diretta ai report dei giornalisti embedded, obbligato parlamenti a modificare leggi, messo in crisi governi e incrinato relazioni diplomatiche fra Stati.

Questa “sfera pubblica” fatta di pareri, opinioni, commenti e petizioni, si avvantaggia anche di tutti quegli strumenti che favoriscono il rapporto di fiducia fra cittadini e amministratori e cioè la trasparenza dei processi e delle decisioni che li riguardano – ad esempio la possibilità di commentare le leggi sul web e partecipare a consultazioni online – ma si tratta di opportunità episodiche che influiscono sulla cosa pubblica solo e fintanto che il legislatore se ne sente coinvolto e controllato. La domanda da porsi è comunque sempre la stessa: “Come queste opportunità determinano la decisionalità politica?”

È stato detto che il primo movimento ad usare la rete per iniziative politiche di massa in grado di influenzare la sfera del politico è stato il Popolo Viola, che organizzò la famosa manifestazione per chiedere le dimissioni di Berlusconi il 5 novembre del 2009, ottenendo una vasta eco mediatica e perfino l’attenzione delle sitituzioni europee e della stampa internazionale. In realtà la prima grande manifestazione di piazza convocata attraverso Internet risale al 30 novembre 1999 a Seattle, data d’origine del movimento alterglobalista (cosiddetto “noglobal”) ma, ancora prima si ricordano le mobilitazioni di piazza convocate attraverso la rete a sostegno dell’esercito zapatista di liberazione nazionale (EZLN), quando la protesta digitale viaggiava non attraverso i nodi di Internet, ma attraverso dei gateway UUCP (Unix to Unix Control Protocol), diffondendosi dagli accoppiatori acustici delle cabine telefoniche ai Bbs indipendenti (Bulletin Board System), per arrivare ai server universitari.

Sì è molto parlato delle insurrezoni maghrebine del 2010-2011, come paradigma di una democrazia prossima ventura per via della diffusa capacità dei cittadini nordafricani ad usare Internet per autorappresentarsi, coordinarsi e costruire piattaforme rivendicative. Che non abbiamo assistito ad una “rivoluzione” e all’innesco di un reale processo di cambiamento democratico lo si vede ora che assistiamo a rinnovate tensioni in quei paesi e alla restaurazione dei vecchi poteri. Nel caso della Tunisia, dell’Egitto, della Libia e di altri paesi dove gli “insorti” hanno usato efficacemente Internet c’è stata un’importante interazione tra mezzi di comunicazione digitale personale (telefonini, telecamere, computer), social network come Facebook, piattaforme di microblogging come Twitter, social media come Youtube, e i mezzi di comunicazione di massa tradizionali come le televisioni arabe (Al Jazeera, Al Arabya). Queste complesse interazioni hanno influenzato la forma delle proteste e indirizzato la loro direzione, creato consenso nei media occidentali e favorito una retorica deterministica del loro potenziale di cambiamento, ma non hanno cambiato la società.

Si è anche parlato a lungo di democrazia elettronica per l’uso avanzato fatto durante le competizioni elettorali di strumenti digitali orientati alla partecipazione, anche qui coltivando l’illusione che un uso orizzontale della rete mettesse tutti in condizione di competere ad armi pari nell’agone elettorale. Sappiamo come è finita: Internet, per quanto si offra a chiunque come tipografia universale, redazione diffusa e strumento di comunicazione economico non permette a tutti di competere allo stesso livello. Nella gara per la conquista del consenso elettorale vince chi ha più fondi ed è meglio organizzato anche su Internet (Sara Bentivegna, 2002, 2006, 2013). Possiamo tuttavia sostenere che l’uso degli strumenti informatici e digitali abbia tirato la volata a Barak Obama contro John McCain, e prima ancora, a Howard Dean, sconosciuto governatore del Vermont, che nel 2004 concorre alle primarie democratiche per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Dean con pochi soldi e uno sparuto gruppo di sostenitori, riesce a utilizzare efficacemente la rete per raccogliere fondi, mobilitare le masse e contribuire alla stesura del programma elettorale. Non viene eletto. Obama, vince le presidenziali, ma lo fa da Governatore uscente dell’Illinois sostenuto da media moghul, dalle aziende della Silicon Valley e spopolando sulle reti via cavo. Esperimenti che hanno modificato, forse in profondità, la cultura della partecipazione democratica di un paese come gli Stati Uniti, ma che non hanno cambiato il sistema di voto e le regole della rappresentanza.

La democrazia elettronica insomma non va confusa nemmeno con le mobilitazioni popolari o con la propaganda, neppure con la creazione di consenso elettorale, perché è un’altra cosa. Non è il referendum elettronico, non è la scelta tra opzioni date e scelte da qualcun altro e poi calate dall’alto. È costruzione dal basso. Non va confusa nemmeno con l’evoting, la possibilità di votare da casa, come in Lituania, attraverso un computer perchè non è la trasformazione elettronica del voto carta e matita. E non si tratta nemmeno della “democrazia dei pareri” tipica dei social network.

La democrazia è un processo in cui la possibilità di esprimersi secondo delle regole è il fondamento di un processo di dialogo e di consultazione che deve arrivare ad una deliberazione, se manca processo non si può parlare di democrazia. Quindi se vogliamo parlare di nuove forme di partecipazione alla vita democratica, di consultazione e deliberazione on-line che alcuni partiti e movimenti stanno cominciando ad usare in Europa e in Italia, dobbiamo tenere sempre presente che quando parliamo di democrazia parliamo di un processo che finisce con una decisione.

Arturo Di Corinto è un giornalista, docente, ricercatore e psicologo cognitivo. E' esperto di Internet, nuove tecnologie e comportamenti sociali. www.dicorinto.it