Berlusconi si doveva dimettere da solo. Ma oggi va in scena il sacrificio del corpo del nemico

Dalle 17.43 di mercoledì 27 novembre Silvio Berlusconi non è più un parlamentare della Repubblica. Lo ha deciso il Senato votando a scrutinio palese sì alla decadenza del Cavaliere, come prescritto dalla sentenza definitiva per il processo dei diritti tv Mediaset. 

Mi piacerebbe che in Italia la vicenda di Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale, si fosse conclusa con modalità del tutto diverse e con tempi del tutto diversi. Come successe, per esempio, in Germania quando, tra il 1999 e il 2000, lo scandalo dei fondi neri che aveva coinvolto l’ex Cancelliere Helmut Kohl – 16 anni di cancellierato e 25 di presidenza della Cdu – giunse all’epilogo in modo rapido e finanche ruvido, senza tante storie. E tutto avvenne, in primis, per decisione della stessa Cdu che, tramite la sua allora segretaria Angela Merkel, chiese che venisse fatta chiarezza sui fatti in tempi veloci e senza nulla omettere.

Ma l’Italia non è la Germania e il partito di Berlusconi non ha nulla a che vedere con il partito di Angela Merkel. E poi la logica politico-istuzionale di quel Paese è diversa da quella imperante nel nostro: sempre ambigua, sfuggente, pretesca. Da tutte le parti, beninteso: dalla destra alla sinistra, passando per il centro.
Per questo siamo dove siamo e ci tocca assistere all’osceno rito di guerra chiamato esposizione del corpo del nemico. Ovviamente in via virtuale, ma di quel rito si tratta, questo è il significato simbolico impresso nel mantra “è un cittadino come tutti, come tutti è soggetto alla legge”, e nell’ossessione del restarne attaccati come a una formula sacra. Lo hanno ripetuto, in ogni scadenza decisiva, in ogni momento di tensione, in ogni banale discussione di talk show. Tutti gli esponenti del Pd, donne e uomini, dirigenti di antico corso e new entry alle prime armi, con gli occhi un po’ imbambolati, fissi sulle telecamere e la noiosa cantilena di quel discorsetto imparato a memoria, ripetuto fino al sonno della ragionevolezza. Un format fisso, schematico, senza concessioni dialettiche né all’argomentazione politica né tantomeno alla riflessione critica. Mai un guizzo che facesse trapelare il senso delle cose, la preoccupazione di voler parlare anche a quel pezzo di Italia che si è perso dietro il carisma dell’uomo di Arcore ma magari ha anche risorse intellettuali per fare scelte in proprio su una questione di questa natura. Sul valore delle regole che dovrebbero tenere insieme un Paese e qui lo dividono, come in una latenza di guerra civile permanente. Perché i berlusconiani sono quello che sono ma anche gli antiberlusconiani sono quello che sono. Altrimenti non saremmo dove siamo.
Il mantra del cittadino uguale agli altri. Una specie di “Dio lo vuole”, la sentenza inappellabile da tributare al proprio popolo che chiede il sacrificio del capo nemico, visto che la sinistra, o come si chiamerà, non è stata in grado di sconfiggerlo secondo le regole, i tempi, le logiche della politica e allora si affianca e sovrappone all’altra sentenza – quella decisiva e ineluttabile per la sorte del Cavaliere – e confonde le acque, perché nell’enfasi della ripetizione del mantra, sembra voler porre il proprio imprimatur sul giudizio della Cassazione, col rischio di annacquarne la limpidezza.
Che gli atti del Senato e i media registrino, per oggi e l’eternità quel voto di decadenza, e ne sia chiara la volontà politica di chi l’ha reso ineluttabile. Così si purificherà di fronte all’elettorato – ex popolo sovrano – quel composito schieramento di centrosinistra che fino ad oggi poco o nulla ha fatto per contrastare adeguatamente Berlusconi, anzi l’ha più sdoganato, tollerato, occhieggiato, fino ad accettarne, fingendo di crederla mossa politica gratuita, l’offerta avvelenata delle larghe intese.
Il rito dell’esposizione del nemico assume i contorni di un osceno rito di espiazione. Osceno nel senso etimologico, di qualcosa fuori scena, che si tiene celato, di cui non si vuole parlare, e dunque nello slittamento semantico di vergognoso. Berlusconi ha dominato la scena pubblica per vent’anni, quelli che abbiamo vissuto fino ad oggi, guastando le regole, avvelenando i pozzi della politica, sovvertendo i principi basilari della Repubblica.
E’ un cittadino come gli altri? Ci mancherebbe. La magistratura infatti l’ha condannato in via definitiva, come può succedere a un qualunque cittadino di questo Paese.
Ma il mantra del “cittadino qualunque”, in questa vicenda, non ha avuto nulla a che vedere con il principio di legalità a cui si è ostinatamente richiamato E’ stato il dispositivo di decostruzione e spoliazione del nemico dei suoi paramenti di ex uomo di primo piano dello Stato (ci piaccia o meno, a me per niente, quello che Berlusconi è stato) e ha rappresentato il velame ideologico per nascondere il contesto che ha reso possibili vent’anni di berlusconismo soprattutto grazie alle responsabilità e inadeguatezze del centrosinistra.
Bastava dire: il Senato faccia quello che deve fare, secondo regole, regolamenti (quelli che c’erano e che sono stati invece ad hoc cambiati in corso d’opera), consapevolezza e coscienza. La politica finalmente si occupi d’altro.

dal quotidiano gli Altrionline
Elettra DEIANA
Coordinamento nazionale Sel