Ragusa, l’irresponsabilità politica di una strage

Lenzuoli bianchi. Corpi inermi. Ancora una volta su una spiaggia dei nostri mari. Morti. Ancora morti. Almeno 13 profughi annegati a pochi metri dalla spiagge di Ragusa.
Morti perché gli scafisti li hanno presi a cinghiate e costretti a lanciarsi in un mare con le onde in rivolta. Senza nessuna vergogna per i mille euro presi per il viaggio e nessuna preoccupazione per il fatto se sapessero nuotare o meno. Nessuna cura, solo violenza e crudeltà.
Erano in 250 su quella barca, tutti desiderosi di arrivare in Germania passando per l’Italia. Perché in pochi oramai hanno ancora il desiderio di venire qua. Chi scappa dalla guerra, chi cerca fortuna, chi fugge dalla povertà, cerca altri Paesi. Più ospitali, accoglienti. In cui non siano considerati criminali ma in cui possano venire accolte le loro legittime istanze.
Tra i 70 profughi rintracciati finora, ci sono anche 20 bambini e una donna incinta, trasportata subito in condizioni gravi all’ospedale Maggiore di Modica.
Racconti terribili, una tragedia che violenta il senso di umanità di un Paese dove leggi come la Bossi-Fini portano e hanno portato a questo: tragedie e solo tragedie. Ieri i 6 morti sulla spiaggia del lungomare della Plaia di Catania, oggi almeno altri 13 sul litorale di Scicli. Tante altre avvenute in passato e chissà quante altre sconosciute senza che ne venissimo a conoscenza.
“Noi vorremmo soltanto essere aiutati” ha detto uno dei profughi superstite. Ma sono parole che cadono nel vuoto. Non bastano i corpi senza respiro, le parole del Papa, le denunce delle organizzazioni internazionali, le associazioni. Tutte parole, appelli che rimangono nel vuoto e che incrociano il silenzio di una classe dirigente buona solo per utilizzare la questione immigrazione per farci campagna elettorale.
Così, mentre nel Paese reale le persone muoiono, va in scena lo spettacolo di un governo che tira a campare, che punta a cementificare il progetto politico delle larghe intese ma che resta indifferente alle vere “emergenze” (mai parola fu tanto abusata) del Paese.
E’ il momento di ribellarsi, di uscire dal politicismo che attanaglia la discussione sulle sorti dell’Italia. Perché i governi sono utili se servono a risolvere i problemi, se affrontano la quotidianità delle persone, se la leniscono loro fragilità, se impediscono che tragedie come questa possano capitare. Non c’è solo lo spread o i titoli di borsa. Prima vengono le vite, quelle che oggi abbiamo lasciato morire su una spiaggia.
L’Italia ha bisogno di altro. Non serve a niente un governo se non è capace di abrogare il reato di clandestinità e mettere in campo una nuova politica per l’immigrazione. Non serve a niente un governo se non è capace di vedere quei lenzuoli sulla sabbia e produrre una discontinuità con il passato.
Dovreste sentirvi responsabili di quelle vittime innocenti, non delle larghe intese. Un voto di fiducia potrà placare la vostra cattivissima coscienza, ma non riporterà indietro la vita.

Marco Furfaro