Chiediamo più strumenti per rafforzare le donne nel DL femminicidio

Abbiamo salutato con ottimismo, all’inizio della legislatura, quando il Parlamento ha finalmente ratificato la Convenzione di Istanbul su prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne e contro la violenza domestica. La Convenzione, articolata in 81 punti, pone l’accento sulla prevenzione, sulla formazione in ambito scolare e accademico, e riconosce particolare importanza anche all’uso che i mezzi di comunicazione fanno del corpo femminile per pubblicizzare prodotti commerciali.

Il fulcro del ragionamento confermato con questa ratifica rimane in ogni caso l’individuazione delle radici della violenza contro le donne nelle relazioni tra donne e uomini. Più precisamente, nell’incapacità maschile di relazionarsi con la libertà delle donne. La violenza contro le donne quindi non è un problema emergenziale, meno che mai di ordine pubblico, ma strutturale. Si parla spesso del mestiere più vecchio del mondo, dimenticando che la violenza contro le donne è probabilmente la violenza più vecchia del mondo.

In base a queste premesse, le politiche pubbliche necessarie per ridurre la violenza devono incidere a monte, proprio sul piano delle relazioni tra donne e uomini. A partire dalla scuola, continuando nella formazione degli operatori, nel sostegno ai centri anti-violenza.
Il Governo ha scelto però un diverso approccio e ha presentato un decreto legge, il DL in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle provincie. Già dal titolo si capisce l’approccio emergenziale che ha scarsa coerenza con quanto contenuto e ratificato nella Convenzione di Istanbul. Infatti mette insieme furti di rame, NO TAV e violenza sulle donne, equiparandoli a problemi di ordine pubblico.

In ogni caso, nonostante l’approccio scelto sia quello di rafforzare il ruolo delle forze dell’ordine e dei giudici nel contrasto alla violenza, non è presente l’unica misura che poteva essere utile in tal senso, e cioè la formazione di questi soggetti, spesso totalmente impreparati ad affrontare il tema.  Il DL si è quindi mostrato per quello che è, uno strumento improprio e di efficacia più che discutibile.

I contenuti del DL sono stati oggetto di critiche da ogni parte: della magistratura, delle Camere penali, delle forze di polizia, del sindacato, dei movimenti e associazioni, dei centri anti-violenza che ogni giorno lavorano in prima linea per contrastare il fenomeno. Moltissime critiche sono giunte anche dalle forze parlamentari, tant’è che gli emendamenti presentati sono stati quasi 400, quelli di SEL sono 25 e riguardano:

  • gli emendamenti soppressivi di tutti gli argomenti estranei
  • l’emendamento di riscrittura totale dell’art. 5. Il decreto inizialmente prevedeva un piano straordinario in cui venivano indicate le misure da adottare, quelle contenute nelle mozioni approvate a maggio dalla Camera, “ma con invarianza delle voci di bilancio” cioè a costo zero. La discussione della Commissione ha modificato l’art. 5 e prevede ora un finanziamento complessivo di 27 milioni di euro in 3 anni più 10 milioni di euro soltanto per il 2013. Briciole, rispetto alle proporzioni del fenomeno. SEL propone invece un piano ordinario (quello precedente scade nel novembre 2013) di valenza triennale che si occupi di formazione di tutti i soggetti dello Stato coinvolti, di celerità dei processi, di scuola e cultura. Propone inoltre il potenziamento dei centri anti-violenza attraverso lo stanziamento di risorse, 105 milioni di euro annui, che derivano dall’aumento dall’ 1% al 5% del fatturato del canone per le concessioni emittenti radio televisive (si tratta della sorta di “affitto” che le emittenti pagano annualmente per utilizzare le frequenze).
  • si propongono profonde modifiche dell’art.4 che riguarda la concessione del permesso di soggiorno da parte del questore alle donne migranti, ma solo di fronte a una violenza non episodica, se è in condizione di pericolo (secondo la valutazione del magistrato), se i servizi sociali lo fanno presente. Troppe limitazioni, soprattutto rispetto alla Convenzione di Istanbul non ne prevede nessuna.
  • revocabilità e irrevocabilità della querela all’art.1: è aperta da sempre una discussione, anche all’interno del movimento delle donne, sul confine tra libertà individuale e responsabilità pubblica nei confronti della violazione dei diritti umani e del loro rispetto, per concentrarsi sul fatto che solo il 10% di violenze viene denunciato. Ma la soluzione dell’irrevocabilità non ha senso perchè non ha senso subordinare la revocabilità alla gravità del reato. I centri anti-violenza hanno affermato che l’irrevocabilità può essere un disincentivo forte per la denuncia, che già è un atto molto complicato per una donna che subisce violenza. L’Istat dice che attualmente soltanto il 10% dei reati di stalking viene denunciato. Inoltre, alla scelta dell’irrevocabilità non corrisponde un investimento in tutta quella rete di servizi e tutele che dovrebbe aiutare la donna che subisce violenze e denuncia, in primo luogo nella formazione delle forze di polizia e dei giudici, che in questa proposta prenderebbero il posto della volontà stessa della donna, lasciata comunque da sola. Di fronte a questa realtà bisogna porsi la domanda se l’irrevocabilità della denuncia aiuti o meno a far aumentare questo numero di denunce. I Centri anti-violenza dicono di no. Nel lavoro di commissione i relatori hanno proposto un cambiamento: rendere la querela irrevocabile o revocabile a seconda della gravità del reato e in ogni caso in sede di processo. Una proposta di mediazione che non c’entra nulla con i problemi posti da SEL e da moltissime altre donne di tutte le forze politiche. La revocabilità non è poi passata anche se i voti di scarto tra una tesi e l’altra sono stati solo 20. Per combattere alla radice la violenza contro le donne bisogna incamminarsi su una strada diversa, partendo dallo smascheramento degli stereotipi. SEL ha presentato già da agosto una legge sull’educazione sentimentale, per partire dall’educazione e dalla scuola.
Disegno di Evan McGrow