Carceri: un’emergenza sociale, politica e culturale.

Immagine dal film ‘Cesare deve morire’ dei fratelli Taviani, girato interamente nel carcere di Rebibbia.
Intervista a Gennaro Migliore: la sinistra chieda l’eliminazione delle le leggi vergogna senza cedere a tentazioni giustizialiste che negano lo stato di diritto.

Cosa pensi dell’appello che il Presidente della Repubblica ha rivolto al Parlamento?

Lo condivido pienamente e credo che vada accolto nella sua interezza. Da una parte è necessario procedere con un provvedimento d’urgenza che svuoti le carceri dalla nostra vergogna e ci ponga nella condizione di osservare il rispetto dei diritti umani a cui più volte la Comunità Europea ci ha richiamato. Dall’altra è necessario aggredire le cause strutturali che determinano l’attuale sovraffollamento, in particolare abrogando, anzi estinguendo, la legge Fini–Giovanardi sulle droghe, la legge Bossi-Fini e il reato di clandestinità, e la cosiddetta ex Cirielli sulla recidiva.
Il nostro gruppo ha già presentato proposte di legge in questa direzione e fa parte di un vasto movimento che ritiene che la condizione delle carceri e i diritti dei detenuti siano una cartina di tornasole tramite cui valutare l’effettivo stato della democrazia che, nel nostro Paese, è gravemente malata.

La tua è una posizione coraggiosa. Nell’opinione pubblica, ma anche in tanta parte della sinistra ufficiale, le obiezioni non sono poche.

Può darsi che la mia posizione non sia la più utile per racimolare qualche immediato consenso. Ma ci sono cose giuste che tali rimangono anche se sono impopolari. Mi poni però un grande problema che va ben oltre l’appello del Presidente Napolitano.
Non ho difficoltà a riconoscere come una parte importante delle persone che si dichiarano di sinistra abbia ormai un’allergia nei confronti della tutela dei diritti delle persone. Questo è dovuto al fatto che per un lungo ventennio sono stati “avvelenati i pozzi”.
Dentro di noi alberga questa infezione: “il giustizialismo” è una forma violenta di discriminazione che se la prende con l’anello debole della società e crede di poter lenire le ingiustizie tramite modalità coercitive di limitazione delle libertà. È una deriva pericolosa.

Con questo ragionamento sembri spostare l’asse dall’emergenza carceraria a una questione più profonda, politica e culturale.

Come ti dicevo l’emergenza c’è e va affrontata subito. Ma la malattia è profonda. Già nel 2006 fui tra coloro che si presero le offese della Lega e dell’IDV per aver votato a favore dell’indulto. Oggi quel ruolo lo svolge il Movimento 5 Stelle. E anche in tanta parte del nostro popolo sono egemoni concetti tradizionali della destra reazionaria, per questo ci dobbiamo interrrogare.
Il danno viene da lontano. Non c’è bisogno di essere di sinistra, basta essere democratici per sapere che lo Stato di diritto e la democrazia repubblicana si fondano esattamente sull’indisponibilità delle libertà individuali ad ogni forma di coercizione. In particolare chi si dice di sinistra dovrebbe sapere che non potremmo mai sviluppare l’uguaglianza in un contesto in cui non è garantita a tutti l’esercizio della libertà.
I diritti o sono universali o non sono.
Essi valgono anche per i peggiori, i delinquenti, coloro che hanno sbagliato. Chiunque è disponibile a tutelare un innocente. Ma l’essere colpevole non può in alcun modo privarti della dignità di cittadino. E invece ogni giorno, nei nostri penitenziari, i detenuti subiscono pene aggiuntive a quelle previste dal nostro ordinamento: alla privazione della libertà si aggiunge la negazione dei diritti fondamentali.
L’aver perso questa bussola, aver trasformato la difesa dei più deboli nell’espressione del rancore sociale è una delle ragioni di fondo della sconfitta della sinistra. Dobbiamo rianimare una grande battaglia culturale, a partire dalle scuole e dalle giovani generazioni, per ricostruire il nesso indissolubile che lega la libertà all’uguaglianza. Dobbiamo avere il coraggio di farlo senza preoccuparci di lisciare il pelo agli istinti grevi che montano in un corpo sociale scosso dalla crisi e privo di riferimenti ideali. Gli insulti di oggi saranno i semi di un nuovo domani.