Vince Mutti Merkel e condanna l’Europa all’austerità

Alla fine per i tedeschi è contata solo la politica interna e la buona performance macroeconomica del secondo cancellierato Merkel. Il fatto che quest’ultima si sia realizzata a costo di una pesante deflazione nell’Europa mediterranea (nell’euro non si può svalutare per compensare il differenziale di produttività, quindi sono salari e servizi pubblici a pagare il conto), Grecia in primis, Spagna e Italia in secundis, non ha certo impensierito gli elettori dello stato federale che è ormai una rinata potenza di nuovo al centro dello scacchiere europeo decisa a far valere le proprie priorità, fra cui l’austerità negli altri paesi dell’eurozona. Ormai l’interesse nazionale prevale su quello europeo; tardivamente se ne stanno rendendo conto anche le élite italiane, anche se non ancora il duo Napolitano-Letta.

Merkel non ha la maggioranza assoluta: anche se CDU+CSU hanno guadagnato 72 seggi, la SPD ne ha guadagnati 46, malgrado il modesto rimbalzo dal peggior risultato di sempre. Il motivo? Gli stupidamente ultraliberisti liberali hanno fatto harakiri da quasi il 15% a meno del 5% e sono fuori da governo e parlamento. Di conseguenza, aritmeticamente c’è una maggioranza di sinistra che le si potrebbe opporre al Bundestag (il Bundesrat, la camera alta su base regionale, è a maggioranza SPD-Grünen), ma il vento è con mamma Angela, la rassicurante e materna cancelliera che quando parla ai partner europei si trasforma nell’odiata maestra che dà sempre troppi compiti a casa. Tutti dicono sarà Grosse Koalition. L’ultima volta l’SPD ci ha lasciato le penne, non è detta che sia tentata dal ripetere l’esperienza. Magari saranno i dimagriti verdi a togliere le castagne dal fuoco alla Ossie figlia di un pastore protestante, tenace sostenitrice di quell’ordoliberalismus non scevro da venature autoritarie che, come osserva Barbara Spinelli, è una costante della democrazia cristiana tedesca da Erhard e Adenauer fino a Kohl (che però era assai più europeista della sua antica protetta).

foto da Flickr/Lens Daemni

Quindi a meno di un fronte ecosocialista che si materializzi quasi dal nulla per tradurre in realtà la fantapolitica di una maggioranza di sinistra con socialdemocratici, verdi e Die Linke (che è calata anche più dei verdi) al governo, siamo condannati nell’eurozona alla continuazione della suicida politica dell’austerità: niente mutualizzazione del debito ed emissione di eurobonds, niente unione bancaria e soprattutto mai e poi mai politica fiscale espansiva. Tradotto in parole povere: i giovani dell’Europa latina sono condannati a un futuro di disoccupazione e precarietà a tempo indeterminato, la demografia del Continente peggiorerà ulteriormente; stagnazione, gerontocrazia, nepotismo, clientelismo la faranno da padroni. E non s’intravede un populismo di sinistra, tranne forse in Spagna, in grado di sconfiggere la linea rigorista che Merkel ha imposto a Bruxelles. Il probabile prossimo presidente della Commissione Europea, il socialdemocratico e nemico personale di Berlusconi, Martin Schulz pare l’unico a sinistra che abbia la forza per opporsi in Europa al conservatorismo economico portato avanti dalla CDU.

In questo panorama fosco e depressivo, quale dev’essere la bussola europea della sinistra italiana? Battersi nelle piazze delle città d’Europa e nel Parlamento Europeo per una soluzione ecosocialista alla Grande Recessione. Bisogna incentrare la campagna elettorale delle europee 2014 su una proposta economica credibile alternativa all’austerità. Altrimenti è ognuno per sé e vince chi riesce ad esportare di più verso America e Cina. In quel caso, bisogna attrezzarsi intellettualmente per una politica industriale/tecnologica che dia opportunità a imprese e lavoratori italiani che devono e vogliono affrontare i mercati esteri. Significa investire in istruzione pubblica, asili nido e capitale umano, ma anche sussidiare le piccole imprese che innovano e studiare un nuovo sistema di relazioni sindacali che tuteli tutti quelli che si sudano il reddito ma non costringa le aziende al nanismo attuale. Per chi non l’avesse capito, oggi si rischia di vedere l’orologio ritornare indietro alle condizioni sociali vigenti prima del miracolo economico: la crisi mette in evidenza tutte le magagne non risolte in vent’anni e così siamo terra di conquista da parte di chi gioca la partita del XXI secolo senza nostalgie e inibizioni.


Alex Foti è milanese. Editor, attivista, saggista, ha fondato la MayDay, il 1° maggio di precarie e precari, e MilanoX, sito di eventi e notizie. Ha scritto due saggi che fotografano il mondo dei movimenti globali: Anarchy in the EU (2009) e Essere di Sinistra oggi (2013).