Obama fra la Siria di Assad e l’America di Chelsea Manning


Obama è stato una grande speranza dell’umanità. Per certi versi continua a esserlo, come quando ha raccolto il testimone di Martin Luther King nel cinquantenario della marcia oceanica su Washington for jobs and freedom, slogan non certo passato di moda. Nel 2009 col suo stimolo keynesiano, ha salvato con ogni probabilità il mondo da una seconda Grande Depressione, unitamente alla politica monetaria ultraespansiva di Bernanke (ed è per questo che è “solo” una Grande Recessione, particolarmente pesante nell’eurozona, e soprattutto nell’Europa mediterranea, a causa delle politiche di austerity).
Però lo stimolo è passato, i banchieri hanno ringraziato e lo strapotere di Wall Street è tornato, anche nelle nomine ai gabinetti economici della sua stessa amministrazione. Il secondo mandato di Obama avrebbe potuto vederlo svincolarsi dagli interessi dell’1%, visto che non deve farsi rieleggere, e quindi ci si sarebbe potuti aspettare una svolta storica verso politiche socialmente espansive e per il lavoro. È in effetti in corso un movimento di scioperi da parte dei lavoratori delle fast food chains per un salario dignitoso, fatto senza precedenti, e Wal-Mart, il bastione dello sfruttamento nell’industria dei servizi, verrà forse sindacalizzato. Ma ciò non è ancora avvenuto ed è difficile non provare una forte delusione ricordando le speranze di cambiamento suscitate da questo figlio del Kansas e del Kenya. Obama, cresciuto dalla nonna ebrea alle Hawaii, poi diventato afroamericano al 100% grazie a Michelle nella Chicago degli anni ’80-’90, dove faceva il community activist (lui che, primo della classe a Harvard, avrebbe potuto invece diventare un buppie, uno black yuppie), è infatti riuscito a portare i neri alla Casa Bianca e fatto sognare i colored dell’intero pianeta.
Il caso Wikileaks e il caso Snowden hanno mostrato l’aspetto più vendicativo dell’amministrazione Obama, che non ha chiuso ancora quel centro di violazione dei diritti umani chiamato Guantanamo e ha consentito che i militari tenessero in isolamento, nudo, per 23 mesi, Bradley Manning, la fonte di Wikileaks sui crimini bushisti in Iraq, in attesa del processo della corte marziale.
Se già la fuga di Snowden ha innescato una serie incredibile di colpi di scena, la vicenda Manning rivela la potenza rivoluzionaria della democrazia nell’era dei social media. La mobilitazione dell’opinione pubblica per chiedere la libertà di Manning ha sicuramente contribuito a ridurre la pena (di 35 anni, ma potrebbe uscire fra 8 anni per buona condotta) ed evitato l’accusa di alto tradimento che l’avrebbe portata alla sedia elettrica. La cosa ovviamente più inaspettata, e secondo me non separabile dalla capacità di provare indignazione di fronte al comportamento del proprio governo e di decidere di divulgare le stragi di civili che guardava al video ogni giorno mentre i commilitoni se la ridevano, è il fatto che Bradley è diventato Chelsea, come ha fatto sapere il suo avvocato in un programma di massa della televisione americana.
La foto in bianco e nero di Chelsea Manning con i capelli lunghi e il trucco, che guarda l’obiettivo con tenerezza e sfida nel suo coming out globale, è un’icona del nostro tempo. Un’eroina transgender della libertà e dei diritti! Come a sottolineare che i diritti civili, oggi, sono inseparabili dalla questione queer, dalla lotta contro la discriminazione di gay, lesbiche, genere X, come consente oggi la nuova carta d’identità tedesca.
Chelsea ha chiesto la terapia ormonale ma le forze armate, dove vige la politica don’t ask don’t tell sull’identità sessuale instaurata da Clinton, sembrano determinate a negargliela, compiendo un’altra violazione dei diritti dell’ex militare, mentre altri coinvolti in torture ed eccidi ricevono pene ben più miti di quella comminata alla Manning. Insomma il diritto all’informazione e il diritto alla scelta del genere sono i due principlai campi di conflitto nella società globale oggi, e se da un lato Obama si è schierato per i matrimoni gay, d’altro canto ha difeso la sua guerra segreta a base di droni e sorveglianza delle comunicazioni private di americani, europei, e ovviamente degli abitanti dei paesi rivali o nemici.
Obama è anche Nobel per la Pace. Si è ritirato dall’Iraq e si ritirerà presto dall’Afghanistan. Il suo discorso all’Università del Cairo potrebbe essere stato un input non indifferent e nell’insieme di fattori che hanno contribuito alle primavere arabe (le bloggers del Cairo che ho incontrato nutrivano simpatia nei confronti del presidente meticcio). Ma non ha fermato la colonizzazione israeliana dei territori palestinesi e Israele ha scatenato la guerra su Gaza ogni volta che Obama era lontano dalla Casa Bianca (prima dei suoi due insediamenti).
Barack Obama ha aiutato i francesi e i ribelli di Bengasi, Misurata, Tripoli a deporre il dittatore Gheddafi, uno che come Bashar Assad non esitò a bombardare il proprio popolo. Ma la Libia non gli è certo amica, come provato dall’assassinio dell’ambasciatore americano Chris Stevens l’11 settembre 2012.
In Egitto ha sostenuto tardivamente Tahrir e ha dato sostegno ai Fratelli Musulmani dopo che hanno vinto le elezioni, salvo poi essere estremamente ambiguo sul sanguinosissimo golpe del generale Sisi ai danni del presidente Morsi, il primo democraticamente eletto nella storia dell’Egitto.
Soprattutto è stato a lungo indeciso sul da farsi in Siria, dove una rivoluzione democratica era stata stroncata sul nascere da una repressione spietata che da due anni ha trasformato il conflitto in una guerra civile particolarmente feroce e spietata, dove i gruppi salafiti sostenuti dall’Arabia Saudita, vera potenza reazionaria della regione, sono gli unici a essere militarmente in grado di opporsi alla Guardia Repubblicana di Assad, che ha importato milizie Hezbollah dal Libano con il beneplacito dell’Iran (che fornisce consiglieri militari) per evitare di far cadere Aleppo e riprendersi Al Qusayr. Attualmente il 40% più densamente abitato del territorio siriano è controllato dalla dinastia degli Assad e le forze governative sono passate alla controffensiva. Il 21 agosto 2013, la strage di bambini col sarin (da attribuirsi al fratello del dittatore Maher Assad secondo i servizi francesi) nei quartieri periferici ribelli della capitale siriana ha ridestato gli occidentali dal loro torpore, proprio quando ormai la questione siriana si era incancrenita: più di 100.000 morti e due milioni di profughi secondo l’ONU.

Obama vuole intervenire per punire il dittatore, non per rimuoverlo. E perciò rischia di rafforzarlo, invece d’indebolirlo. Del resto, dopo i disastri di Bush jr. nessuno vuol più sentir parlare a Washington di regime change. Per di più, il fedele bulldog inglese questa volta non è della partita. Dopo gli obbrobri di Blair e la morte oscura dell’ispettore delle inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq, i parlamentari inglesi non si sono fidati di Cameron.
In ogni caso un’azione militare con la benedizione dell’ONU è impossibile: al Consiglio di Sicurezza, la Russia, alleato storico della Siria, lo impedisce. Sia Ban Ki-moon che il papa disapprovano fortemente ogni ipotesi d’intervento in Siria. Come del resto l’opinione pubblica americana, in maniera significativa più ostile dell’opinione pubblica europea al lancio di missili sul regime alawita. Obama vuole intervenire per dimostrare che la comunità internazionale (leggi l’occidente) non tollera crimini contro l’umanità, ma non ha un’idea di cosa fare se il dittatore fosse rimosso, il che probabilmente significherebbe il prevalere di forze islamiche radicali. Ed è sempre più isolato. Restano solo i francesi di Hollande a sostenerlo, i primi a spingere per dare una lezione ad Assad, che però a questo punto aspettano il voto della House of Representatives per vedere se Barack Obama viene autorizzato a punire il più letale dittatore attualmente in circolazione, e a quali condizioni.
In Italia non si vedono grandi mobilitazioni antimilitariste (le manifestazioni dei siriani in Italia contro Assad sono più rumorose). Né la Siria è l’Iraq, ma piuttosto un caso libico andato in metastasi. La situazione è un vespaio e incombe la possibilità di un conflitto fra Israele e Iran per non citare il Libano, sempre sul punto di ricadere nella violenza settaria. Inoltre la minoranza alawita teme la pulizia etnica se la maggioranza sunnita sconfiggerà il correligionario Assad. Che però la sinistra italiana non si lavi la coscienza e rivendichi superiorità morale, perchè questa posizione rischierebbe di apparire pilatesca di fronte alle sofferenze inflitte alla popolazione siriana dagli aerei e dai pretoriani di Bashar Assad. Chi pensa che Obama stia commettendo un errore madornale ha l’onere di proporre urgentemente una soluzione alternativa per porre fine alla guerra di un governo contro il proprio popolo.
Illustrazione Ben Heine © 2013 – www.benheine.com


Alex Foti è milanese. Editor, attivista, saggista, ha fondato la MayDay, il 1° maggio di precarie e precari, e MilanoX, sito di eventi e notizie. Ha scritto due saggi che fotografano il mondo dei movimenti globali: Anarchy in the EU (2009) e Essere di Sinistra oggi (2013).