Un congresso aperto per ritrovare la società che cambia

Dal quotidiano Il Manifesto
 
Dirette senza sosta, indiscrezioni che filtrano, possibili ripercussioni sul governo. Come in un reality, politica e informazione vivono la sentenza della Cassazione come si vive l’evento dell’anno. Tra chi si sfrega le mani davanti alle manette per Berlusconi e chi, a sinistra, si mette paura per la possibile caduta del governo.
Poi c’è l’Italia che guarda agli attori della politica come si guarda ai pesci chiusi in un acquario. Ogni tanto li contempli, ci scherzi, ti incanti. Consapevole che quel mondo è distante e diverso dal tuo, senza possibilità di vera interazione. La vita passa oltre e non aspetta.
Oggi c’è qualcosa di più tragico delle “larghe intese” o di un centrosinistra in frantumi: oggi la tragedia è che nessuno ci crede più. Le mancate dimissioni di Alfano e di Calderoli questo sono: l’emblema di quanto qualsiasi cosa accada niente cambi. Nemmeno quando “rapisci” una bimba di 6 anni o offendi una Ministra della Repubblica.
E allora ecco la disaffezione al posto della partecipazione, la disperazione che sostituisce la lotta, l’alienazione che mette fuori gioco ogni desiderio di rivalsa. Questo è il danno e il pericolo più grande che oggi porta con sé il governo Letta e l’alleanza tra Pd e PdL: la sfiducia che porta alla rinuncia.
Non sto qui a elencare i mali programmatici e di prospettiva del governo. Sono sotto gli occhi di tutti e per questo SEL non può far altro che opporsi duramente. Penso però che per proporre un’alternativa, per ricostruire una sinistra di governo si debba ripartire da qui: dai singoli, dalla loro esclusione dalla vita pubblica e dal distacco che hanno nei confronti della politica. E per farlo serve una cessione di sovranità.
Questo non è un problema che riguarda solo il PD, ma anche e soprattutto SEL. Un congresso non serve a molto se vive nel chiuso delle stanze. Anzi. Quello che oramai pare evidente a tutti è che nel centrosinistra c’è una classe dirigente che ha il fiato corto, incapace di mettere in campo qualsiasi innovazione, idea o pratica di inclusione. Per questo Matteo Renzi ha gioco facile: perché negli ultimi anni la sinistra non è stata capace di innovarsi, di costruire una visione, di contrapporre a un’idea innovativa ma sempre liberista una visione del mondo che parlasse al Paese e alle fragilità delle persone.
SEL terrà il congresso entro l’anno, con l’ambizione di ricostruire un’alternativa che vada oltre gli schematismi del passato. Non rinunciando all’idea di una nuova soggettività e agendo su una grande contraddizione: non è il popolo del PD che sta con Berlusconi, ma gran parte della sua classe dirigente. La sfida allora non è convocare un popolo, ma fare in modo che quel popolo ci ritrovi, ci riscopra utili e capaci di cambiare le vite delle persone.
Oggi la politica ha senso se ammette i propri fallimenti e si mette a disposizione della vita delle persone stabilendo che la politica, il programma e la prospettiva della sinistra sono contendibili e in mano a tutte le individualità che ne vogliono far parte. Per questo il congresso deve essere aperto a tutti: senza recinti, regole escludenti o precondizioni, in cui contino le idee e non le tessere, dando sovranità a una platea larga, come suggerito anche da Smeriglio su queste pagine.
C’è un’idea di sinistra, fuori dagli schemi tradizionali, innovativa e moderna. È quella che ha il coraggio di  affrontare la gigantesca crisi della rappresentanza e di mettere in discussione persino il ruolo dei partiti e dei sindacati che non riescono a rappresentare tutto il mondo del (non) lavoro. Non arretrare nella difesa dei diritti, ma allargare lo sguardo a chi non li ha: rivolgersi ai commessi quanto agli operai, ai precari quanto ai dipendenti pubblici, alle partite iva quanto agli esodati. Rompendo ogni schema predefinito e ritrovando il senso di dare voce a una società mutata con idee all’altezza del nostro tempo.
Il destino di SEL allora non è confluire nel PD, ma guardare oltre l’esistente. Cedere sovranità, allargarsi, contaminarsi. Se il nostro popolo ci ritrova, noi ritroveremo il centrosinistra.

Marco FURFARO