Incontro con Ermanno Rea: “Il senso della politica è creare speranza e cambiamento”

Ermanno Rea – è nato a Napoli nel 1927 e oggi vive a Roma. Giornalista, ha collaborato con numerosi quotidiani, a partire da l’Unità, e periodici  come “Vie nuove”, fotografo in Germania a Berlino e poi in tutto il mondo.  Ma è  soprattutto lo scrittore di Napoli. Lo incontriamo nella sua casa all’ombra della Cupola di San Pietro. Una casa accogliente e vissuta che in qualche modo riflette le passioni e gli amori di Rea.
L’incontro è stato voluto dai rappresentanti di Sel. Gennaro Migliore, napoletano doc che ha sempre vissuto intensamente il rapporto con la sua città. Il suo nome è il primo indizio di questa simbiosi. Per otto anni è stato consigliere comunale, prima con Bassolino e poi con Jervolino. Oggi è capogruppo di SEL alla Camera. Francesco Ferrara – è nato a San Vitaliano, nel napoletano, di scuola operaia in fabbrica e poi al sindacato. Pomigliano d’Arco e la Fiom segnano il suo incontro con la politica attraverso la dimensione concreta della realtà operaia e delle lotte nei grandi gruppi industriali come l’Alfa Romeo, la Fiat, l’Alenia. E’ attualmente coordinatore nazionale e deputato di SEL.

L’incontro avviene in conseguenza su quanto sta accadendo nella città partenopea e dalla necessità di uno scambio di idee tra politica e cultura di Napoli, considerando inoltre che le vicissitudini del capoluogo campano si presentano come la riduzione plastica e simbolica di quanto accade in tutto il paese. L’incontro avviene con una casualità tempistica del destino, proprio a ridosso all’ordine di sequestro da parte delle autorità giudiziarie delle aree dell’ex Italsider e dell’ex Eternit di Bagnoli. E’ come se si chiudesse un cerchio. Ermanno Rea nel 1991 aveva scritto uno splendido libro, “La dismissione” che raccontava proprio lo smantellamento di quegli impianti e le conseguenze che ne derivavano. Se qualcuno se lo rilegge lo troverà attualissimo. E non sarà un caso che qualcuno abbia deciso di pubblicarlo in lingua araba. Una copia fresca di tipografia dell’edizione in arabo è sul tavolo di Rea.
L’incontro inizia dopo le presentazioni di rito, con lo scrittore che, da uomo di metodo e di onestà intellettuale di altri tempi, chiede notizie e impressioni su quanto sta accadendo. Non perchè non abbia già un’idea sua, ma nella necessità di capire meglio, prima di condividere.
E’ Gennaro Migliore che introduce la conversazione. Inizia raccontando a Rea della sua idea sulla Napoli di oggi, di come la città viva una grave lacerazione del suo tessuto sociale e gli confessa di ritenere che oggi manchi persino una lettura credibile di quanto accade a Napoli, dove l’elezione del sindaco si è determinata nel momento di massimo caos della politica napoletana. Dove il sindaco vince per mancanza di avversari credibili – così nel centrosinistra come nel centrodestra – ma soprattutto perché si è trovato al centro dell’interesse di un blocco sociale intellettuale attivo,  che si è mosso a suo sostegno, che ha spostato verso di sé voti dal centrosinistra perchè  era il candidato che offriva una maggiore garanzia di cambiamento.
Migliore  registra due principali ragioni nel mutamento intervenuto nella relazione tra sindaco e città (De Magistris sfiorava lo scorso anno il 70% dei consensi). La prima è che ha iniziato a recidere i legami con quel blocco sociale intellettualmente sensibile a problematiche più profonde; la seconda, di forte impatto simbolico, quella della scelta di cercare consenso nella sponsorizzazione di grandi eventi (v. la Coppa America). Il “sindaco forte” che si relazione in modo stretto con i ceti popolari oggi perde il controllo e la città resta in balia di un ceto reazionario.
I fatti della città, così drammatici e che ci devono preoccupare per la loro gravità, avvengono su temi estremamente indicativi.  La contestazione al sindaco si determina non sulla difesa di bisogni (mancate mense scolastiche, mancanza di servizi all’ handicap, cose socialmente rilevanti) ma sulla ZTL (zona a traffico limitato) cioè un problema legato al centro della città e agli interessi di alcuni commercianti.
In questo malcontento Migliore considera che si inserisca anche una componente potenzialmente eversiva, non nell’organizzazione ma di infiltrazione. Situazione già vista in passato ma che oggi non trova anticorpo efficace nella politica.  Ricorda ancora Gennaro che nel giorno in cui è caduto un pezzo di città a Riva di Chiaia, la sera è bruciata la città della Scienza, nel giorno in cui c’è stata la manifestazione per la ZTL il giorno dopo c’è il rinvio a giudizio di una parte importante della classe dirigente napoletana per disastro ambientale.

Rea è scosso dalle notizie nel merito: «Se quello che leggo è vero, sarebbe di una gravità mostruosa. La tesi è che avrebbero addirittura falsificato documenti su bonifiche non avvenute. Viene da chiedersi cosa hanno in mano i magistrati, ma devono essere cose importanti e prove consistenti per agire come hanno agito». Qui Rea introduce il tema della Città della Scienza partendo dalla riflessione di Migliore rispetto alla posizione di SEL e cioè quella che se qualcuno brucia la Città della Scienza, per fatto doloso, non si può  ripartire con la discussione su dove la si ricostruisce.

Rea: «Sono informato della presa di posizione di Vezio De Lucia (urbanista, già assessore all’Urbanistica nella giunta Bassolino, contrario fin dalla prima ora al progetto museale in riva al mare) , che propone di ricostruirla in un altro luogo al fine di liberare la spiaggia,  - afferma –  stando alle voci di popolo forse una delle ragioni dell’incendio era proprio quella di liberare quel tratto di mare».
Poi insiste per tornare a parlare di Napoli, della posizione di Sel, della situazione politica del sindaco.

Migliore spiega la posizione di Sel: della solidarietà al sindaco per gli eventi e la disponibilità sul piano istituzionale anche in considerazione dei pesanti tagli che i comuni hanno dovuto subire, che rende difficile governare Napoli, di SEL non  interessata ad entrare in giunta ma disponibile a discutere di come si governa la città.

Rea: (da qui in poi non si ferma più, è una narrazione di getto, di passione napoletana su idee e dolenze, su critica e proposta. Per  Napoli e per il Paese). «Per quanto mi riguarda sono solo alcune cose che posso dirvi. Quando ci fu la candidatura di De Magistris, in una intervista che rilasciai al Manifesto espressi  un sostegno perché  sono convinto che Napoli possa essere governata solo da una persona non moderata, che non abbia nulla a che fare con il moderatismo. Perché questo significherebbe accordi al ribasso, compromessi, inciuci e quant’altro. Napoli, che già gode di una predisposizione simile, ha bisogno di tutto ma non di questo. Mi illudevo, per quel poco che conosco della vita personale di De Magistris, che questa potesse essere una specie di garanzia da questo punto di vista.
Più tardi, purtroppo, mi sono dovuto ricredere. Il perché sta nel fatto che De Magistris commetteva lo stesso errore commesso da Bassolino. Quale errore? Quello che dissi anche a Bassolino personalmente: Napoli non può essere governata con rassicurazioni continue, con raccomandazioni ad essere calmi, buoni e a non intervenire perché nella stanza dei bottoni c’è qualcuno che pensa a tutto.
E’ l’errore che normalmente, qualunque potere, spesso commette. Quando si è all’opposizione si invoca la protesta, la mobilitazione dell’opinione pubblica, ecc. Quando invece, ed è quasi meccanico nella natura umana,  l’uomo arriva nella stanza dei bottoni improvvisamente decide che sarà lui a fare tutto e che questo concorso di popolo non gli serve, anzi gli complica la vita. Credo che sia questo l’errore. Mi perdonerete se devo ricorrere a delle autocitazioni. Io penso che in una città come Napoli, e soprattutto in questa città, perché ci sia una politica di sviluppo e di cambiamento  è necessario che ci sia una mobilitazione di popolo. Senza una speranza collettiva non succede nulla di veramente incisivo. Credo che questo sia la funzione fondamentale della politica: creare la speranza collettiva.  Voglio raccontarvi la storia di Bassolino come la vedo io.  Con la caduta del muro di Berlino nei primi anni 90, una speranza che era stata sequestrata dalla storia venne a generarsi. Napoli, di fatto fu una capitale della guerra fredda. In quegli anni la speranza venne sequestrata, la città viveva in uno stato di necessità che impediva alle cose di avanzare. Io ho parlato in un mio libro di lancette della storia che si fermano.
Cade il muro di Berlino e questa storia finisce. In modo oscuro, diretto, indiretto non è importante, i napoletani riscoprono la speranza di poter gestire la propria città e il proprio futuro. Gli eventi vogliono che sia Bassolino l’interprete di questo nuovo corso della storia. Non è che la crea la interpreta. E inizialmente si circonda di persone di primo ordine, crea una giunta piena di persone capaci e preparate, e c’era un coro: il rinascimento napoletano. La cosa sa più di teatro, ma nonostante tutto era un elemento che comprova quanto dico. Poi incominciò un processo lento ma continuo di distacco di Bassolino da tutto questo. E quindi un suo isolamento e arroccamento. Bassolino incomincia ad attorniarsi di personaggi detti del consenso, uomini che gli dicono solo si. Questo scollamento porta inesorabilmente e lentamente alla caduta della speranza. Quel momento di fervore chiamato rinascimento napoletano crolla. Poi c’è la vicenda che lo coinvolge personalmente con luci e ombre ma quella meglio lasciarla da parte che non interessa il discorso che stiamo facendo.
Poi arriva De Magistris. Ho sperato che non commettesse  gli stessi errori. Ma anche lui come l’uomo che arriva nella stanza dei bottoni ha fatto lo stesso errore. Invece di sollecitare la partecipazione, di essere creatore di una speranza diventa il pompiere delle speranze.
Non è possibile chiudere al traffico una area senza il concorso di chi ci vive, della cittadinanza. Il che non significa delegare ai cittadini le decisioni, ma non si può neanche farle piovere dall’alto.
Allora oggi come oggi, parliamoci chiaro, se mi chiedete quale è il mio umore, anche considerando l’età che ho, è pessimista. Però credo anche che ciascuno di noi, tutti, abbiamo un dovere: qualsiasi cosa che si agiti dentro di noi siamo chiamati ad essere ottimisti e propositivi.  Quindi isolo il mio lato oscuro e negativo e mi attengo al mio dover di essere positivo.
Alcune cose che vi sto per dire lo ho scritte in un libro, “La fabbrica dell’obbedienza” dove me la prendo con Santa Romana chiesa. Mi rifaccio ad filosofo napoletano di metà ottocento, Bertrand Spaventa. Che cosa dice? Che il cittadino responsabile è una invenzione italiana. Con l’umanesimo viene inventato il cittadino responsabile. Nascono il diritto, il palazzo comunale, la piazza.  Questo cittadino responsabile viene espulso dall’Italia da Santa Romana chiesa e ripara, principalmente, in Germania.  Il cittadino italiano da responsabile si trasforma in suddito deresponsabilizzato. E’ quello che siamo ancora noi anche dopo tanti secoli. Abbiamo avuto una scuola di deresponsabilizzazione e noi ne siamo i discendenti. Nel libro c’è anche un capitolo su Napoli, anzi più precisamente sul Mezzogiorno. Traggo spunto da un libro di Ruffolo sulle macro regioni e mi metto a sognare di una macroregione Meridionale. Naturalmente non separata dall’Italia, ma con le autonomie delle macroregioni.
In questo sogno, parlo del fatto che dopo 150 anni di mancata unità e  il fallimento della questione meridionale è forse arrivato il tempo di pensare al Mezzogiorno in una ottica diversa. Oramai si è capito che non è più il tempo di sognare la fabbrica nel senso tradizionale, della catena di montaggio, ecc… non è più il momento. Proprio da autore de “La Dismissione” mi sento di dire che forse si è chiuso un capitolo. Se ne deve aprire un altro. Perché ci sono oggi intelligenze e studiosi che stanno cercando di elaborare forme nuove ed alternative. Il sud è ricco di potenzialità, anche economiche, ma non c’è nessuno che se ne sia occupato, in passato, ma neanche oggi. Per questo parlo del bisogno di generare degli Stati generali. Nel libro parlo di economisti che si stanno occupando di queste alternative. Sogno questa utopia, che poi non lo è, dove una macro regione si inventa un futuro nuovo. Che non è quello del nord, in quanto lì sono ancorati ad un certo modello di sviluppo. Al sud dove invece non c’è un cavolo, forse è arrivato il momento di trasformare una perdita, in una entrata, un no in un si: in pratica trasformare un mancato sviluppo in una occasione di futuro.

Ma ora torniamo a Napoli ho buttato giù una sintesi estrema di cosa secondo me bisognerebbe fare.

1) Mobilitare tutta la città allo scopo di fissare le tappe di un processo rigenerativo.
2) Convocare un’assise con la partecipazione di rappresentanti di tutte le istituzioni, dei sindacati, dei partiti, delle categorie sociali e professionali (architetti, medici, avvocati, docenti, operai, commercianti ecc) . Promuovere una straordinaria opera conoscitiva della città con il concorso di tutti. Napoli non conosce se stessa.
3) Creare un comitato permanente di saggi ed esperti che coordini l’intera fase di questi  Stati Generali.
4) Creare tre comitati rispettivamente sui seguenti temi di ordine prioritario: LAVORO, CULTURA, TRAFFICO (che include anche la forma urbana naturalmente).  Il primo di tali comitati dovrebbe elaborare progetti per i giovani (nuovi lavori) nei campi più disparati delineando parallelamente un modello di sviluppo possibile per la città nel suo insieme. Questo deve avvenire con il concorso di tutta la città, che determina questo modello, non serve il pensiero illuminato di un singolo o di un gruppo, ma serve il concorso di tutti.  Il secondo comitato dovrebbe avere un compito di elaborare un piano di interventi per la diffusione della cultura nella città a cominciare dai quartieri più degradati. Basta i grandi eventi e dispendiosi iniziative. Portiamo i maestri di strada nei vicoli, i libri, la cultura. Questo significa passione e senza non si fa niente, Napoli ha bisogno di passione e credo che in città ci sia stoffa per questo. Il terzo, un programma per la progressiva eliminazione del traffico privato dal cuore della città e della sua sostituzione con un efficiente servizio pubblico. Va da sé che questi tre gruppi di lavoro dovrebbero produrre proposte condivise, vale a dire elaborate di concerto con i cittadini e non in contrasto con le loro esigenze e richieste. Il che non vuol dire delegare ai cittadini ogni decisione, ma non vuole dire neppure far calare le decisioni dall’alto.
Io credo che Napoli abbia bisogno per prima cosa di riguadagnare fiducia in se stessa. Di ritrovare una speranza generale di futuro. Una scommessa politica (difficile ma non impossibile) per la sinistra creativa. Per vincerla, non c’è altra strada che quella indicata nei punti precedenti».

Migliore: «Credo che la partecipazione sia veramente la chiave per determinare circuiti virtuosi. No si può intendere la partecipazione come esercizio gerarchico e confermativo. Il sindaco oggi non è in grado di attraversare una democrazia conflittuale. Ma noi sappiamo che senza conflitto non c’è democrazia. Per quanto riguarda noi, ci manca un discorso sulla città capace di sottrarsi all’idea di riproporre lo schema di Bassolino. Perché insidioso dire: come stavamo bene quando c’era Bassolino, “dovremmo recuperare il buono della sua idea e non ripetere i suoi errori”. Invece penso che vada interpretata il cambiamento profondo che sta accadendo a Napoli.
La città si sta spopolando, ed è un paradosso se si considera che è la città più abitata d’Italia. Siamo a 4.000 domande di cambio di residenza al mese. Negli ultimi 5-6 anni ha perso 100mila abitanti. E sono quelli della mia generazione ad andarsene, determinando il risentimento in quelli che sono restati».
Interviene, a questo punto anche Ciccio Ferrara , sollecitato dall’analisi socio-economica introdotta da Gennaro.
«Sono ovviamente d’accordo con quanto detto ma mi pongo una domanda da vecchio industrialista e operaista: l’equilibrio democratico e lo sviluppo di Napoli viveva attorno all’apparato produttivo che c’era, quindi è vero che nello stesso quartiere condivideva il sottoproletariato e l’alta borghesia, tuttavia il polmone democratico era garantito dall’esistenza e dalla forza della cosiddetta “classe operaia”. Ma qual è oggi il polmone della città? Io non lo vedo, non riesco a vederlo neppure nella progettualità»

Rea:  «Il problema è capire che non si tratta di dire no all’industria tout court. Se capisco quello che tu dici, tu non riesci a vedere uno sviluppo fuori da un aggregato produttivo. Io penso che le potenzialità ci siano. Parlavo di distretti specifici …… Se non c’è l’acciaio non c’è produzione?
Occorre muoversi e mobilitare le intelligenze, provare a vedere le potenzialità area per area, dove ci sono delle vocazioni, delle tradizioni, delle risorse. Se non analizzi le potenzialità tenendo presente passato, presente e anche futuro il discorso rischia di essere astratto. Vediamo concretamente quale industria è possibile. Nel Cilento cosa si può fare? Devi andare lì a vedere cosa ti propone e cosa si può fare. Solo così puoi inventarti un nuovo modello di sviluppo. Quello che manca è una idea portante di futuro. L’idea che è venuta meno è l’idea della cattedrale industriale. L’idea dell’Ilva, l’idea che torni un’altra Ilva non funziona più. L’Ilva è nata, cresciuta ed è stata un presidio enorme ma è morta nell’infamia con provvedimenti che gridano vendetta. Dopo aver investito mille miliardi per renderla un gioiello viene venduta ai cinesi…Solo l’Italia è capace di gesti simili».

Migliore: «Qui il discorso non riguarda solo Napoli. Riguarda la carenza delle politiche produttive ed industriali dei governi che si sono susseguiti negli ultimi 30 anni. Le ultime politiche industriali degne di questo nome sono quelle che hanno sostenuto l’industria pubblica, Nel momento in cui il problema dello Stato è stato quello di dismettere l’industria pubblica, e contemporaneamente  conservare e proteggere aree e business di interesse che fossero strategiche per interessi che erano lontani da quelli generali si è determinato il corto circuito. Faccio un esempio. A Finmeccanica si è tolto tutto, vendendo ai privati aree importanti lasciandogli solo la produzione militare.  Si doveva fare il contrario. Siamo  di fronte ad un problema nazionale. Da qui il tema di Napoli come metafora di una questione nazionale. Perché uno dei grandi problemi dei napoletani è pensare  in termini vittimistici e autoreferenziali.  Non è un caso che i più grandi meridionalisti non sono di Napoli ma da aree interne che sentivano di più lo sradicamento e la povertà che li circondava. Napoli con questa sua caratteristica di metropolitana, che c’è sempre stata, è sempre complicata da maneggiare. Tanto che anche le inserzioni industriali che sono avvenute ai margini della metropoli sono sempre state estranee alla grande città, non sono diventati patrimonio. Non lo sono stati l’Italsider, la Fiat e questo per lungo tempo, nonostante il fatto che la provincia di Napoli è stata una delle più industriali d’Italia. Il punto allora è: come immaginiamo anche a livello nazionale il modello sviluppo. Sono d’accordo quindi che per questo bisogna ragionare a livello di macro regione.
Noi diciamo servizi ed agricoltura. Io direi prima di tutto l’agricoltura perché è un settore in profonda  trasformazione, tanto che dove si è investito in piccole realtà produttive ha funzionata. E ci sarebbe anche la possibilità di recuperare l’agricoltura urbana. A Napoli c’è un’area importante che è stata completamente rimossa. E non stiamo parlando delle aree avvelenate. Su 10mila ettari della città di Napoli, 1.000 sono terre agricole e ci sono 750 micro aziende che operano e fanno agricoltura di qualità. Quando parliamo di produzione, dobbiamo anche parlare di cultura produttiva. Per questo occorre una politica pubblica che faccia investimenti sui molti vuoti che ci sono, e a Napoli sono tanti. Dalla zona industriale a est che è stata abbandonata, da Bagnoli che include non solo il problema della bonifica. In altre aree i capannoni per la grande distribuzione  hanno occupato i posti delle fabbriche, e oggi con la crisi chiudono anche i grandi centri commerciali. Occorre recuperare delle produzioni storiche napoletane come ad esempio quella della grande moda, che oggi è tutto in nero e sotterranea. Quindi o tu la proteggi e la mantiene ad alti livelli, altrimenti finisce come oggi nelle mani dei cinesi che la producono a bassi prezzi. Standard di bassa qualità che ti eliminano dal mercato competitivo.

Cossu: «E la malavita? Come la si sconfigge?»

Migliore: «La malavita è una questione mondiale, internazionale, nazionale e poi anche napoletana. La si sconfigge sul terreno dei profitti e degli interessi che produce».

Rea: «Ma soprattutto la si sconfigge con il rigore. Napoli è una città che ha concesso troppo. E’ prevalsa una mentalità perdonista, possibilista che è funzionale alla sopravvivenza di una città disperata come Napoli. A Napoli i meccanismi non funzionano a livello istituzionale e c’è bisogno di qualcosa che sostituisca quello che non c’è. Ma a Napoli si sono toccati livelli inaccettabili. Ad esempio per parlare del traffico, a Napoli l’irregolarità è istituzionalizzata: sensi unici cancellati, tutto ciò che è obbligo viene cancellato. Salta la moralità generale. Serve un recupero del rigore e qui entra in campo la cultura. La cultura è una predica interrotta della legalità, un incentivo formidabile allo spirito della legalità. Questa è una battaglia che non si può condurre nel chiuso delle stanze o di qualche salotto, ma è nelle strade che la battaglia va fatta. A Napoli non vinci se non convinci. E ci sono tutti gli strumenti per fare resistenza. La prima parola che ti dicono è no! Convertire questo “no” in un “vediamo” è il compito della politica. Perché la politica abbia un senso deve esserci una speranza condivisa.
Se la politica ha questa forza ha un senso, altrimenti non serve a niente».

di Simonetta Cossu