Aborto, legge 194: buon compleanno di lotta!


Il 22 maggio 1978 fu approvata la legge 194 che regola il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese. Fu una conquista della nuova forza soggettività delle donne.
Proprio in questi giorni abbiamo depositato una mozione per assicurarne la corretta piena applicazione. Siamo state in ascolto di chi realmente lavora “sul campo” e ha fatto proposte  (Laiga, Usciamo dal silenzio, Libera Università delle donne, Consultori privati laici). E quanto emerge non è per niente rassicurante.

Le disfunzioni nell’applicazione della legge sono dovute ad una non corretta attuazione del dettato dell’art.9, che regola il ricorso all’obiezione di coscienza. I numeri sono allarmanti.
L’ultima relazione sullo stato di attuazione della legge presentata al Parlamento dal Ministro della salute nel 2012 ha mostrato che: ben il 69,3 per cento dei ginecologi del servizio pubblico è obiettore di coscienza. In pratica quasi sette ginecologi su dieci è obiettore.  Dati che non riescono a fotografare lo stato reale che è ben più grave di quella riferito dal Ministro e che mostra differenze territoriali: Nord 65,4 per cento, Centro 68,7 per cento, Sud 76,9 per cento e Isole 71,3 per cento.
Nonostante ciò, nel corso di questi 35 anni, il tasso di abortività nel nostro Paese è più che dimezzato.
La legge n. 194 prevede che l’obiezione di coscienza è un diritto della persona, ma non della struttura che ha anzi l’obbligo di garantire l’erogazione delle prestazioni sanitarie. Eppure, le donne italiane che decidono di interrompere una gravidanza indesiderata sono spesso costrette a lunghi tempi di attesa o a tristi migrazioni da provincia a provincia, molto spesso, in altre regioni o in altri Paesi.
Il dilatarsi dei tempi di attesa comporta maggiori rischi per la salute delle donne e maggiori rischi professionali per i medici, che sono costretti, loro malgrado, ad una cattiva pratica clinica.
La mozione che Sel ha depositato chiede al governo un impegno per garantire la piena applicazione della legge n. 194 del 1978 su tutto il territorio nazionale nel pieno riconoscimento della libera scelta e del diritto alla salute delle donne.
Individua alcune misure per la sua buona applicazione: diffusione dell’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica in day hospital come prevedono le direttive OMS e applicano i paesi europei; rispetto nei presidi di non superare il 30 per cento di obiettori di coscienza;  requisito della non obiezione come condizione all’espletamento delle funzioni apicali nelle strutture di ostetricia e ginecologia dei presidi ospedalieri; trasparenza pubblica dei medici di base sulle loro opzioni di obiezione di coscienza; valorizzazione dei consultori familiari, quale servizio fondamentale nell’attivare la rete di sostegno per la sessualità libera e la procreazione responsabile, nonché strutture essenziali per l’attivazione del percorso per l’interruzione volontaria di gravidanza;diffusione della conoscenza della contraccezione di emergenza.
Nel 2009 nel nostro Paese è stata autorizzata la commercializzazione della Ru486, il cosiddetto aborto farmacologico; a differenza degli altri Paesi europei, nei quali l’aborto farmacologico può essere praticato fino al 63° giorno di amenorrea, l’AIFA ne limita comunque l’utilizzo in Italia al 49° giorno di amenorrea. Molti, nel nostro Paese, hanno temuto che l’accesso all’aborto farmacologico, definito erroneamente “aborto facile”, avrebbe portato ad un incremento del ricorso alle interruzioni di gravidanza.
Questa idea paternalistica della fragilità emotiva delle donne, che non sarebbero in grado di decidere per se stesse, è stata perseguita al fine di rendere più difficile, se non impossibile, l’accesso all’IVG farmacologia, imponendo di fatto il ricovero ordinario dal momento della somministrazione del farmaco fino all’espulsione (in media almeno tre giorni di ospedalizzazione).
Ma la realtà è un’altra. L’introduzione di tale metodica non ha comportato un maggior ricorso all’aborto, e che il metodo farmacologico è efficace e sicuro. Delle circa 15mila donne che finora hanno fatto ricorso a questo metodo, il 76% ha scelto la dimissione volontaria dopo l’assunzione della ru486, senza che vi siano state maggiori complicazioni.
Non vi è dubbio che un più ampio ricorso al metodo farmacologico permetterebbe di ridurre i tempi di attesa, riducendo pertanto i rischi di complicazioni, la cui incidenza aumenta con l’aumentare dell’età gestazionale.
Rappresenterebbe una contrazione della spesa sanitaria, con un più razionale utilizzo delle risorse, che potrebbero essere meglio rivolte alla prevenzione delle gravidanze indesiderate, attraverso il potenziamento della rete dei Consultori Familiari per una miglior diffusione dell’uso dei contraccettivi ed un più facile accesso alla contraccezione di emergenza.
Il 2 maggio 2013 su “Epicentro”, il portale dell’Istituto Superiore di Sanità, è stato pubblicato un articolo  in cui si ribadisce che, alla luce dei dati già citati, AIFA e Consiglio Superiore di Sanità potrebbero rivedere le loro raccomandazioni, autorizzando anche in Italia le modalità di utilizzo di mifepristone e prostaglandine adottate negli altri Paesi e raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, autorizzando la somministrazione fino a 63 giorni di amenorrea e in regime di day hospital.

Marisa NICCHI
deputata di Sinistra Ecologia Lbertà