Decreto Roma capitale: Una politica per coinvolgere le energie più vive e diffuse della città

L’intervento in aula di Titti Di Salvo, vice-capogruppo SEL Camera

La strada del cambiamento che può portare il nostro Paese oltre la crisi che da anni lo rende immobile, passa da Roma. C’è un destino comune tra il territorio nazionale e la sua capitale. Solo chi ha in mente l’indebolimento ulteriore del nostro Paese, sul piano interno ed europeo, fino alla dissoluzione dell’identità nazionale, può non vedere questo destino comune, così efficacemente sancito dalla Costituzione nel terzo comma dell’articolo 114.Voglio introdurre subito un nodo, meglio ancora un nesso che considero fondamentale nell’esprimere il parere sul terzo decreto attuativo di Roma capitale. E’ il nesso che collega sempre più il nostro Paese all’Europa. L’austerità senza crescita dei governi liberisti ci ha condannato a lunghi anni di crisi e di impoverimento,come ci ha dimostrato duramente la tragedia di Civitanova, come ci dicono tutti i giorni i dati sull’occupazione  sul crollo dei consumi delle famiglie,sulle chiusure delle imprese.
Se l’uscita da tutto ciò è insieme nazionale ed europea, se l’orizzonte cui deve tendere un governo del cambiamento – quel governo che questo Parlamento ha la possibilità e il dovere di far nascere – è quello di contribuire ad una nuova Italia dentro una nuova Europa, allora il dibattito, e le scelte, sul ruolo di Roma come capitale deve uscire dall’arretratezza culturale e politica di questi anni e fare subito un salto di qualità verso la nuova Europa degli Stati Uniti d’Europa. Lo constatiamo ogni qualvolta mettiamo piede fuori dall’Italia, ed è una amara verifica che diventa ormai luogo comune. Se guardiamo alla qualità urbana, dei servizi e del trasporto, della vivibilità delle città, della valorizzazione del patrimonio ambientale e paesaggistico, su questi e altri elementi che sono la vita reale dei cittadini l’Italia perde sempre più velocemente punti a confronto con gli altri paesi e Roma con le altre capitali europee. Il “destino comune” di cui ho parlato all’inizio tra un paese come il nostro e la sua capitale è talmente stretto che i difetti sociali e civili dell’Italia nei tempi della crisi si sono tutti riflessi come in uno specchio in questo ultimi anni nei governi tanto della città capitale quanto della regione Lazio, il cui unico lascito comune, spiace dirlo, finirà per essere la lunga sequela di scandali amministrativi che copre l’assenza di interventi strutturali. Del resto il risvolto di questa medaglia lo vediamo proprio guardando fuori di noi, in Europa. Come potremmo immaginare il ruolo dinamico della Germania senza pensare a Berlino insieme capitale e land federale, città-stato cui il governo tedesco conferisce 10 milioni di euro l’anno per progetti e manifestazioni culturali. Ma non è solo Berlino, non è solo la Germania ! Per ognuna delle capitali europee esiste una normativa specifica che consente a quelle città di raccogliere energie propulsive per organizzare un nuovo tipo di sviluppo che è appunto culturale, produttivo, associativo; consente di metterlo al servizio dei suoi abitanti e dei visitatori e consente di farlo valere, anticipandolo e sperimentandolo, per l’insieme della nazione. E’ così in Francia per “Grand Paris”, il progetto urbano di sviluppo sostenibile parigino che prevede la nomina di un segretario di stato per la regione capitale. Lo stesso nel Regno Unito, dove il “Greater London Authority Act” istituisce per Londra una autorità territoriale separata, simile in poteri e funzioni a quello delle altre otto regioni del Paese, finanziata da risorse del governo centrale che derivano da imposte locali sulla proprietà. Il che fa pensare come nella patria natale del moderno capitalismo la parola “patrimoniale”, quando si tratta di mettere il proprio paese sulla strada dello sviluppo e di aumentare la qualità della vita delle persone,non sia come da noi un tabù impronunciabile. Un meccanismo simile agisce da anni in Spagna, dove Madrid gode di un regime speciale di finanziamento e di amministrazione per la capitale. Ognuna di queste normative, ha contribuito a produrre effetti positivi di cambiamento che si sono riversati sui servizi, sui beni archeologici e artistici di quelle capitali, sulla mobilità, sul sistema di raccolta di rifiuti, insomma sulla vivibilità complessiva della capitale come garanzia per i cittadini che la abitano e biglietto da visita per il paese intero. Da noi il percorso è tortuoso, riflette in pieno l’instabilità di un sistema istituzionale e politico che tende ad accumulare, aggravandoli, i nodi anziché districarli nel cambiamento. Siamo partiti nel 2001 e per anni non si è fatto alcun passo in avanti verso un preciso modello istituzionale. Si è disputato a lungo, attraverso rinvii e lungaggini, su quali potessero essere i modelli di riferimenti istituzionali di Roma capitale. Se considerarlo un altro ente territoriale rispetto agli altri previsti dall’ordinamento  se configurarlo come “città metropolitana” speciale con forme proprie di autonomia; se disegnarlo, infine, come ente comparabile a vera e propria regione. La precedente legislatura, facendo proprio il modello che dota il Comune di Roma di funzioni sia regolamentari sia amministrative differenti da quelle di altri enti senza tuttavia modificarne i confini , è venuta meno ad una visione strategica del futuro di Roma come capitale del Paese e grande città dell’Europa e del mondo. Vorrei ricordare come i provvedimenti approvati erano stati alla fine inseriti in un articolo che collocava l’intera materia nel disegno di legge delega sul federalismo fiscale. Si rispondeva così non alle esigenze di sviluppo di una capitale rispetto al proprio paese e di questi verso l’Europa, bensì allo scambio tra il sindaco in carica della Capitale e quella nozione di federalismo concepita dalla Lega come veicolo della divisione del Paese. E così il primo decreto (del settembre 2010) ha finito per occuparsi esclusivamente degli organi del nuovo ente, senza determinare nè le funzioni amministrative da trasferire né il capitolo risorse. Il secondo decreto (aprile 2012), sanciva la scarsa rilevanza politica del Campidoglio, la sovrapposizione con la regione Lazio nel conferimento di poteri e funzioni e in presenza di una crescente crisi della finanza pubblica escludeva dal testo qualsiasi riferimento alle risorse, finendo cosi per rispondere più all’obiettivo della propaganda politica che a quello della effettiva operatività.
Se oggi Sinistra Ecologia libertà dà parere favorevole a questo terzo decreto e alle sue ultime integrazioni, è perché è sul tavolo la proposta, finalmente, di immettere Roma nella prospettiva di una programmazione effettiva della spesa nazionale per investimenti pubblici, superando la logica inefficace del grandi eventi utilizzati come mezzo per chiedere allo Stato finanziamenti dirottati poi alla vita ordinaria della città.
La strada che si può aprire è dunque quella di una programmazione pluriennale degli interventi infrastrutturali in tutto il vasto territorio di Roma Capitale.

Nell’insieme le novità proposte bilanciano in maniera equilibrata le istanze di autonomia della Capitale con l’unità della Regione, garantendo a Roma l’autonomia necessaria non contro il Lazio, ma con il Lazio.
Da qui può nascere, deve nascere – esattamente come per Berlino, Londra, Parigi, Madrid – un diverso rapporto di Roma anche con lo Stato, programmando con esso lo sviluppo complessivo della città.
Se i programmi saranno il frutto di una politica partecipativa capace di coinvolgere le energie più vive e diffuse del territorio della città, allora si potrà determinare, per la prima volta, un disegno strategico capace di mostrare il profilo vero, autentico, moderno e inclusivo della nostra Capitale in questo passaggio d’epoca.